mercoledì 26 aprile 2017

POSSESSION, ROVINA, VALENTINA C. BRIN. Cover reveal e primo capitolo.



PRIMO CAPITOLO

Valentina C. Brin

Possession
Rovina 

Un romanzo della Obsession saga


1


Londra, Norfolk House. Marzo 1685

Il guaito che morì sulla bocca di Helena era gonfio di piacere. Charles si sollevò sui gomiti per guardarla: le labbra tumide aspettavano dischiuse l’ennesimo bacio, gli occhi annebbiati dalla lussuria lo imploravano di distruggerla.

L’aveva svezzata bene, forse troppo: l’attrazione che quella donna provava per lui le era scoppiata tra le mani diventando un fastidioso sentimento d’amore.

Gliel’aveva confessato pochi mesi prima, dopo uno dei loro amplessi. Aveva guardato il baldacchino, le labbra stirate in un sorriso, e si era lasciata scappare quelle parole – “Mi sono innamorata di voi.”

Una frase che per Charles, invece, non aveva significato nulla. Eppure non l’aveva rifiutata. Le aveva accarezzato la gola e il solco tra i seni, quindi aveva seppellito un sorriso tra le sue gambe. “Vi voglio ancora”, le aveva confessato. “Non posso stare senza di voi.”

Quest’ultima era stata una bugia detta senza coscienza. Si era scoperto pronto a tutto pur di coltivare l’opportunità che aveva tra le mani e arrivare al cuore della corte; una mira che non era cambiata nemmeno in quel momento.

Così fece ciò che sapeva fare meglio: fingere. 

Le accarezzò la fronte, i capelli imperlati di sudore, e sostenne il suo sguardo proprio come fece con il suo piacere, mentre indice e medio si spingevano furiosi dentro di lei. Non le permise di venire. Non subito. Quando gli sembrò prossima all’orgasmo la raffreddò con semplici carezze; quando la volle calda e selvaggia la scaldò attraverso nuove spinte. 

Finse di desiderare il cuore di Helena così come desiderava il suo corpo. Per risultare più credibile finse anche con se stesso. Si disse che non c’era spazio per Dorian in quel momento, dentro la sua testa; che esisteva solo la donna che si contorceva nel letto.

Affondò le mani tra i suoi capelli, il volto nascosto contro il suo collo. La inchiodò. La penetrò. E rinnegò Dorian ancora e ancora, per ogni spinta con cui il suo sesso sprofondò dentro di lei. 

La parte più difficile venne dopo, quando dovette fingere amore. Oh, lo provava, Charles, ma non per lei. Mai per lei. 

“Non pensare a Dorian. Finché resterete chiusi in questa stanza, lui non esiste”, si disse mentre lasciava che Helena si accoccolasse sul suo petto. Con i polpastrelli le tracciò leggere carezze sulla schiena. La sentì sospirare, rilassata e appagata.

«Dunque vi trasferite a corte.»

Charles annuì. «Così sembra.»

«Dovremo stare attenti, allora. Lady Margaret ha occhi ovunque. Se sapesse che una delle sue dame di compagnia vive nel peccato…»

Charles improvvisò un sogghigno. Le solleticò le costole con i polpastrelli, quindi scese verso la curva provocante del seno. «Troveremo un compromesso. Qualche capanno di caccia, magari.»

Helena si stiracchiò, sulle labbra un sorriso languido. Lo stomaco le brontolò mentre lui giocava con il capezzolo.

«Volete qualcosa da mangiare?»

«Sarebbe meraviglioso. Della frutta, magari?»

Charles si sedette. Prima di vestirsi le diede un morso delicato sul seno. 

«Come desiderate.»

Infilò i calzoni, gli stivali e la camicia, quindi lasciò la stanza e scese verso le cucine. Lì c’era solamente Agnes.

La vecchia cuoca stava impastando il pane per la cena e non appena si accorse della sua presenza sulla soglia si allontanò dal tavolo, lo sguardo basso.

«Prepara un vassoio con un po’ di frutta», le ordinò entrando. Quella annuì. Si pulì le mani impiastricciate di pasta sul grembiule e s’incamminò verso la credenza.

Charles si avvicinò al tavolo. I polpastrelli tamburellarono sul piano di lavoro, gli occhi fissi sulla schiena della donna. Erano trascorsi tre anni da quando aveva rinchiuso Emily in convento. Tre anni in cui l’unico potenziale pericolo rimasto a minacciare i suoi segreti era rappresentato da quella serva ormai attempata. 

Non l’aveva più sfidato da allora. A stento l’aveva guardato.

Ogni volta in cui si trovava da sola con lui si voltava dall’altra parte, gli occhi che lo rifuggivano, scottati dal male che avevano conosciuto. Faceva di tutto per obbedire senza doverlo affrontare, e a Charles andava bene così. Finché si sarebbe sentita sola e impaurita sarebbe stata controllabile. Una minaccia gestibile.

«Fallo portare nelle mie stanze, e che sia in fretta: Lady Helena è affamata.»

«Come desiderate, Vostra Grazia.»

Charles indugiò con un’ultima occhiata su di lei, prima di lasciare Agnes a preparare il vassoio. Quando tornò in camera, trovò Helena abbandonata tra le lenzuola. Aveva lo sguardo perso sulla porzione di cielo che si intravedeva dalla finestra mentre la luce del pomeriggio le baciava i capelli sparpagliati sul cuscino, accendendoli di timidi riflessi dorati. Era bella. Era nuda. Era sua se lo avesse voluto, eppure adesso che l’eccitazione aveva lasciato il posto alla lucidità la vide per ciò che era davvero: un oggetto. Un bel soprammobile dai molti usi.

Quando si richiuse la porta alle spalle, le assi di legno del pavimento scricchiolarono sotto i suoi piedi ed Helena si voltò. Non cercò nemmeno di dissimulare l’amore che provava per lui, Charles se ne accorse dal sorriso che le accese il volto non appena lo vide: quella donna era dannatamente felice. 

«Allora?», gli chiese sollevandosi sui gomiti. «Questo cibo?» 

Il lenzuolo che le copriva il seno scivolò, scoprendo un capezzolo che attirò subito il suo sguardo. 

«Sta per arrivare», ribatté sedendosi sul letto.

Helena scostò le coperte in un chiaro invito.

«Perché non vi spogliate? Ho freddo, stando qui tutta sola.»

«Il fuoco è acceso», le fece notare, indicando il camino con un cenno del capo.

Helena scostò ancora di più le lenzuola, scoprendo così anche una porzione di pancia nuda. «Preferisco scaldarmi standovi vicino.»

Charles sorrise pigramente, continuando a fingere.

Si chinò per levarsi gli stivali, quindi si spogliò della camicia. Le spalle si strinsero, i muscoli guizzarono. Quando l’indumento cadde sul pavimento, gli occhi di Helena erano già sulla leggera peluria che gli copriva il petto ampio. Evidentemente ciò che stava guardando le piaceva tanto.

Charles sogghignò. Le mani scivolarono sui lacci che chiudevano i calzoni intimi e disfece il nodo. Li lasciò scivolare lungo le cosce possenti per darle il tempo di guardare ciò che desiderava e godersi l’illusione che tutto ciò le appartenesse, e quando gli occhi della donna caddero sul suo sesso grosso e rilassato, liberò i piedi dal loro abbraccio e salì con un ginocchio sul letto. Si allungò verso di lei e sgusciò con una mano dietro al suo collo. Il palmo accolse pelle e capelli, tanti capelli, e quando la tenne ferma per rubarle un bacio, la risata argentina di Helena gli solleticò le orecchie. 

La porta si aprì. Delle suole ticchettarono contro il pavimento, i passi che si avvicinavano al piccolo tavolo accanto alla poltrona, alla destra del camino. 

«Ecco la frutta, Vostra Grazia, come avete ordinato», annunciò una voce maschile che conosceva fin troppo bene.

Charles raggelò. Aveva ancora le labbra premute contro quelle della sua amante, quando i brividi gli inforcarono i nervi lungo la schiena. Dorian era lì.

Maledizione, Dorian era lì. 

Helena si ricoprì velocemente con le lenzuola e Charles si sedette sopra le pellicce che scaldavano il letto. 

«Non dovete preoccuparvi di lui, mia cara: è assolutamente innocuo», la rassicurò spiando di sottecchi il valletto. “Non pensare a lui”, si disse. “Helena è ancora qua. Fingi.”

Non fu facile. Il modo in cui Dorian si voltò verso di lui dopo aver posato il vassoio sul tavolo gli annodò la gola, lo sguardo ferito che campeggiò sul suo viso quando i loro occhi si incrociarono gli chiuse lo stomaco. Avrebbe dovuto abituarsi, si disse. Avrebbero dovuto farlo entrambi, perché quello sarebbe stato il loro futuro: fingere davanti agli altri di non rappresentare nulla l’uno per l’altro. Lui per lo meno avrebbe dovuto farlo di certo se intendeva far sopravvivere la propria casata, e il valletto avrebbe dovuto imparare a conviverci, che gli piacesse o meno.

Il fuoco crepitò alle spalle di Dorian, accendendo i suoi capelli castani di caldi riflessi ramati. Quelle labbra carnose che ancora gli levavano il sonno si strinsero in una smorfia di orgoglio disperato. 

«Desiderate altro, milord?»

“Sì, che dimentichi di avermi visto qui con lei.”

«No. Puoi andare», ribatté ingoiando quel pensiero. 

Dorian distolse lo sguardo, i pugni stretti lungo i fianchi. Sapeva che cosa era successo e sapeva che cosa sarebbe accaduto una volta lasciata quella camera, Charles glielo lesse sul volto adombrato. Maledizione, avrebbe dovuto insegnargli a dissimulare quei sentimenti, altrimenti gli sarebbero scoppiati tra le mani.


*

Dorian si sedette sul letto con i fogli sulle gambe. Chiuse gli occhi e si concentrò sull’ultima visione che aveva avuto la settimana precedente – la prima dopo una lunga assenza. Il silenzio che percepiva nel corridoio ormai addormentato lo aiutò a ritrovare i contorni di ciò che aveva sognato: un lupo che saliva lungo una scalinata e, in cima a essa, un leone che suonava un’arpa. 

Cominciò a tracciarne i tratti con il carboncino. Il crepitio del fuoco nel camino era l’unico rumore presente nella stanza. C’era calma, la tenuta era immersa nella quiete delle prime ore notturne, ma il suo cuore era attanagliato dalla bufera.

Nemmeno disegnare quella benedetta visione sembrò riuscire a rilassarlo.

Abbozzò scalini che s’innalzavano verso il cielo, ma la sua mente restò inchiodata all’immagine del suo signore – l’uomo che amava – nudo, in compagnia di quella donna che veniva spesso in visita a Norfolk House. 

“Sapevi che sarebbe successo”, si disse mentre cominciava a tracciare la sagoma grossa e scura del lupo. Lo sapeva, sì, ma non si aspettava che vederlo accadere avrebbe fatto così male.

La mano si mosse rapida sulla carta. Le dita tracciarono linee precise. Quando la porta della stanza si aprì, non sollevò nemmeno lo sguardo dal disegno. Sapeva perfettamente chi fosse.

«Non riesci a dormire?», chiese a Charles, usando il tu come ormai faceva sempre nei loro momenti di intimità. Lo sentì raggiungerlo, le suole degli stivali che battevano sul pavimento. Una mano grande e forte gli prese il mento e lo indusse a sollevare il viso. 

«No, non ci riesco, e a quanto sembra non sono l’unico. Sei arrabbiato?»

Dorian non riuscì a guardarlo in faccia. Nella sua testa quelle dita toccavano lei, quelle labbra baciavano lei, quel cuore amava lei. 

«No.»

«Bugia.»

«Sto dicendo la verità.»

«Perché dopo tutti questi anni pensi ancora di potermi raggirare?»

Quella domanda cadde nel silenzio. Dorian rimase muto, lo sguardo puntato ovunque non fossero gli occhi del suo padrone.

«Lo sai che non posso fare diversamente», lo sentì dire, una frase che lo costrinse ad alzare lo sguardo sull’uomo che gli stava davanti. Sì, lo sapeva. Dannazione, se lo ripeteva in continuazione, eppure faceva male comunque.

«Dunque sei obbligato ad avere un’amante? È questo che mi stai dicendo?»

Charles non negò. Lo fissò in silenzio, l’espressione piena di pensieri, e Dorian, ormai sul punto di crollare, si ritrovò dilaniato dalla gelosia. Scostò il viso dalla sua presa, gli occhi accigliati in una smorfia ferita. 

«Lo sai che non è semplice», continuò il duca. «Sai che non posso far capire a tutti cosa ci lega.» 

«È tardi per preoccuparsene, a Norfolk House l’hanno capito tutti. Persino il tuo cavallo lo sa.»

«Dorian…»

Ma Dorian non rispose. Rimase con lo sguardo fermo altrove e il peso della gelosia che gli scolpiva l’espressione. La mano che stringeva il foglio cominciò a tremare: il peso di quel tradimento – che tradimento in fin dei conti non era – era arrivato ovunque. 

Charles gli sfilò il foglio e lui si allungò per recuperarlo. Il duca però lo allontanò dalla sua portata e a Dorian non restò che alzarsi.

«Ridammelo, per favore.»

«Solo se mi guarderai in faccia.»

Dorian lo accontentò a malincuore. Avrebbe voluto dirgli che era suo proprio come lo era il pezzo di carta che gli aveva rubato di mano. Avrebbe voluto dirgli che non avrebbe permesso a nessuno di allontanarlo da lui, donna o uomo che fosse, come non avrebbe permesso a Charles di sottrargli il suo disegno. 

«Ora ridammelo», disse invece.

«Se ci tieni così tanto, vieni a prenderlo.»

Dorian ci provò. Si avvicinò e allungò la mano verso il disegno, ma Charles lo allontanò ancora. Così cercò di raggiungere il foglio dal basso, ma il braccio del duca premette contro il suo petto, tenendolo a distanza. 

Si guardarono negli occhi, Dorian stordito dalla gelosia e dalla scocciatura per quel gioco assurdo, Sua Grazia assorto in un’espressione indecifrabile finché, all’improvviso, Charles gli afferrò la nuca e gli rubò un bacio aggressivo che gli fece scoppiare il cuore.

In un attimo dimenticò il disegno, in quello successivo si ritrovò con le gambe molli e un amore così disperato tra le mani da non sapere come liberarsene. L’unica cosa che riuscì a fare fu stringersi al suo padrone e baciarlo con furia, soffocando sulle sue labbra un gemito che conteneva ogni ti amo trattenuto in tutti quegli anni. 

Le braccia forti di Charles lo strinsero e Dorian gemette. Le mani del duca si chiusero sul tessuto della sua camicia, folli e affamate, e poi si tuffarono tra i suoi capelli, riempiendosi di ciocche baciate dal riverbero del fuoco. E Dorian gemette. Gambe si mossero costringendo altre gambe a seguirne il movimento, ginocchia si piegarono, membra crollarono, un tonfo e poi la schiena sul letto e, sopra, il peso glorioso di un corpo solido e inamovibile. E, Dio, Dorian gemette ancora.

«Non c’è nessuno come te», sussurrò Charles mentre gli strofinava il naso dietro l’orecchio. «Nessuno me lo fa diventare così duro con un bacio.» Premette il bacino contro il suo, sesso contro sesso; una stoccata infuocata che gli spezzò il fiato. Poi una mano si infilò sotto il suo sedere. «Potrei anche avere tutte le donne del mondo, ma stare tra le loro gambe non sarà mai come stare qui», mormorò il duca accarezzando il solco tra le natiche attraverso i calzoni.

Dorian, pericolosamente vicino al limite, lo allontanò prima che la situazione potesse degenerare e si mise a sedere.

«Saperlo non mi aiuta.»

«Peccato, dovrebbe.»

Riuscì a trattenere a stento un sospiro. «Perché sei qui?»

«Deve esserci un motivo se ho voglia di toccare ciò che è mio? Se ho voglia di possederlo?» Charles si sedette al suo fianco. Gli scostò i capelli e cominciò a tracciare una scia di baci bollenti sul collo. «Desidero fare l’amore con te fino a dimenticare come mi chiamo.» 

Quell’uomo era sleale, pensò Dorian. Sapeva perfettamente dove e come toccarlo per fargli perdere il controllo, e lo stava facendo piuttosto bene. Dovette chiudere gli occhi per resistere, le mani chiuse sul tessuto dei calzoni per impedirsi di muoversi. “È stato con Lady Helena solo poche ore fa”, si costrinse a ricordare. 

«Non… non stanotte», mormorò a fatica mentre Charles gli appoggiava una mano sulle cosce.

«Perché no?»

«Perché oggi sei stato con milady.»

«E quindi?»

Quella mano grande risalì verso l’alto. Aggirò i pugni di Dorian e proseguì verso l’inguine, fino a stringere il suo sesso turgido. Una carezza bollente che gli fece scoppiare il cuore.

«Hai il suo odore addosso!», sbottò disperato, afferrandogli il polso e cercando nei suoi occhi un po’ di pietà. Charles però non gliela concesse. Non sciolse la presa, non si alzò, non smise nemmeno di fissarlo.

«Ti prego. Per favore, non stanotte.»

Il duca sospirò. La pressione delle dita sulla sua erezione venne meno e Dorian continuò a guardarlo mentre il suo padrone chinava la schiena in avanti, i gomiti appoggiati sulle cosce e una mano a tormentare i capelli.

«Sarà sempre così tra noi? Mi negherai le tue braccia ogni volta in cui toccherò una donna?»

«Non lo so», ammise. «So bene che non ho diritto di desiderare più di quanto mi dai, ma a volte fatico a ricordarlo.»

«Sei scorretto, Dorian. Sai che non posso donarmi solo a te, eppure mi neghi l’unica cosa che voglio davvero.» Tu, lo dicevano chiaramente i suoi occhi. Lo fissarono attraverso la penombra, il lontano riflesso del fuoco che danzava nelle iridi piene di tempesta. Oh, come gli aggrovigliarono lo stomaco! Sentì la gelosia, la lusinga, la felicità. Tutto lì, talmente annodato da non poter scappare. 

«Charles…»

«Vieni a vivere a corte assieme a me.»

Dorian si accigliò. «A corte?»

Charles annuì. «Landon è entrato a far parte del consiglio privato del re e vuole che lo raggiunga come suo consigliere. È l’occasione che sto aspettando da sempre, ma l’idea di lasciarti qui… Sei il mio valletto», continuò dopo un attimo d’incertezza, gli occhi perennemente fermi su di lui. La voce divenne un sussurro quando aggiunse: «Il mio amante.» 

Dorian non riuscì a parlare. Tutto ciò a cui riuscì a pensare fu che a corte ci sarebbe stata lei. Avrebbe dovuto vederli insieme. Avrebbe dovuto sopportare i loro sguardi, le vibrazioni dei loro corpi che si cercavano attraverso l’aria. 

«Hai bisogno dei miei servigi?», domandò, cercando di disfarsi in qualche modo della morsa che pesava sul petto. Quando Charles si allungò a baciargli una spalla, però, capì che era completamente inutile.

«Assolutamente sì, sono indispensabili. Soprattutto durante la notte.»

Il suo fiato era bollente persino attraverso il tessuto della camicia e Dorian dovette chiudere gli occhi nel disperato tentativo di restare lucido; un segnale che incoraggiò il duca. Le sue labbra salirono verso il collo, il respiro gli solleticò le ciocche di capelli e tormentò la pelle. L’istante successivo le sentì sulle proprie, un contatto leggerissimo, quasi inesistente. L’ennesima, atroce provocazione.

«Mi stai dando il permesso di toccarti, adesso?»

«Dipende da cosa toccherai.»

«Comincerei con queste.» 

Charles depositò sulle sue labbra un bacio lento e indagatore. Il calore della sua bocca era una tentazione, un fuoco pericoloso che costrinse Dorian a scostarsi quanto bastava per parlare.

«Charles, per favore.»

«Mi neghi persino un bacio? Ragazzino, non sai in che guaio ti stai cacciando», ribatté il duca soffocando un ringhio tra i denti. Aveva preso l’abitudine di chiamarlo ragazzino nei momenti di leggerezza, quando voleva prenderlo in giro, ma il modo in cui lo guardò – il modo in cui gli afferrò i capelli – suggerì che non stesse affatto scherzando. «Di’ di sì», soffiò sul suo volto. «Vieni con me a corte, lasciati toccare, lasciati amare. Non respingermi.»

Dorian deglutì. Non ebbe coraggio di aprire gli occhi. Sentiva Charles addosso, nell’aria che respirava; le sue mani tra i capelli, la fronte che appoggiava sulla propria. Il suo fiato contro il viso che gli rendeva impossibile fare qualunque cosa: assecondarlo, rifiutarlo. Impossibile. Impossibile.

“Chiedigli di non vederla più”, si ritrovò a pensare e per un attimo fu sul punto di farlo davvero. Aveva quelle parole sulla lingua – “Solo se mi prometti di non incontrare più Lady Helena.” All’ultimo momento, però, quel ricatto implose su se stesso. Non poteva chiedergli una cosa simile. Non ne aveva alcun diritto. 

Sarebbe morto vedendoli assieme, lo sapeva, eppure quale alternativa aveva? Dopo quattro anni trascorsi nel letto di Charles, restare a Norfolk House senza di lui era impensabile. 

Non aveva scelta.

«Va bene, verrò con te.»





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Contenuti © Valentina C. Brin

PRIMO CAPITOLO CONCESSO DA VALENTINA C. BRIN PER BOOK'S ANGELS. NE É VIETATA SEVERAMENTE LA RIPRODUZIONE.




2 commenti:

  1. Grazie di cuore, è sempre un'emozione grandissima vedere le mie parole ospitate su Book's Angels *____* <3

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  2. Bellissimo 😍😍😍😍😍😍😍😍😍

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