domenica 5 febbraio 2017

LA RIVINCITA DEL CUORE, NICOLE LENNEK. Primo capitolo in esclusiva.


TITOLO: La rivincita del cuore

AUTORE: Nicole Lennek

EDITORE: Self Publishing

PAGINE: 200 ca.

PUBBLICAZIONE: 6 febbraio 2017 

GENERE: Contemporary Romance

COSTO: € 1,20



«Fatemi passare, sono… sono suo padre.»
Un urlo disperato, la rabbia, la paura, la sensazione dannatamente reale e mostruosamente irreale. 


Roberto è un Ispettore di Polizia che ama aiutare gli altri: la sensazione di benessere che lo accompagna quando arresta un delinquente è il suo ossigeno. Ma questa volta è lui ad essere in difficoltà perché Sofia, la sua piccola principessa, era sparita e finalmente è stata ritrovata. È lì, distesa a terra, fredda, immobile. Quando il mostro colpisce, il dolore è disumano e tutto si sgretola: il suo mondo diventa un buco nero da cui non riesce a uscire, non senza aver arrestato il colpevole. Vendetta, verità, bugie: tutto cambia e i confini spariscono.
L'unica speranza di far luce sull'accaduto sarà affidarsi e fidarsi di Stefania: il nuovo capo, la donna di ghiaccio, la professionista inflessibile. Da subito tra loro sarò scontro aperto, in bilico tra ammirazione e diffidenza. Il cuore di Roberto si è fermato, quello di Stefania è racchiuso in una scatola d’acciaio; tra loro ci sono Lucia, Guido, Raffaele e Giovanni.
La rivincita del cuore non sarà una partita semplice da giocare, perché le tragedie possono unire o distruggere.
Un romanzo introspettivo, una storia di cambiamento, un libro sulla maturità dell'amore.


CAPITOLO 1



14 Marzo 2013


I capelli, un tempo biondi, erano sparsi sul terreno e intrisi di sangue. 

Il viso era bianco e gli occhi grigi, ormai privi di vita, sbarrati. 

Il pallido corpo nudo e scomposto era stato coperto da un lenzuolo in un ultimo gesto di pietà.

«Fatemi passare, sono… sono suo padre.»

Un urlo disperato, la rabbia, la paura, la sensazione dannatamente reale e mostruosamente irreale.

«Che cosa facciamo?»

Il ragazzo giovanissimo in divisa si rivolse al suo capo, era bianco come un lenzuolo: doveva essere il suo primo cadavere e aveva avuto la sfortuna di trovare il corpo di una bambina.

Poi accanto a lei una voce. 

«Quello è un collega, sai? Lo conosco, ci ho lavorato sul caso della sparatoria tra gang.»

Stefania si girò di scatto, osservando Pasquale, e poi si concentrò sull’uomo che urlava e cercava di farsi strada oltre il nastro che delimitava la scena del delitto. Annuì brevemente, facendo cenno di lasciarlo passare, e si mosse verso di lui, sperando che la professionalità vincesse sull’emotività. 

Quando se lo ritrovò di fronte, osservò lo sguardo, gli occhi grigi, i capelli corti e scuri, i lineamenti tirati: doveva essere suo coetaneo. Era un collega, ma soprattutto un padre.

«Mi dispiace, non è un bello spettacolo.»

Si chiese se l’uomo l’avesse sentita, aveva lo sguardo fermo sul lenzuolo; si chiese quanto dovesse essere difficile trovarsi dall’altra parte. Lo afferrò per un braccio e sentì la pelle fredda, gelata. Mentre si avvicinavano al lenzuolo, fece cenno al collega di sollevarlo e sentì l’uomo tremare violentemente, percepì il dolore e una stilettata la attraversò. Non ebbe bisogno di chiedere se fosse la figlia: le lacrime che solcavano il suo viso parlarono per lui.

«Mi dispiace…» lo ripeté, ma si rese conto che non sarebbe servito a nulla. «La faccio accompagnare in centrale?»

L’uomo scosse la testa, e lei si rese conto che non si erano nemmeno presentati.

«Sono il Vice Questore Aggiunto Stefania Intarsi, lei è…?»

«Roberto… Io sono…» si interruppe, fissando il lenzuolo sollevato dal corpo della bambina. 

L’uomo deglutì e barcollò appena; la presa di Stefania si rafforzò e con la testa richiamò un collega per farsi aiutare. 

Rimase a osservarlo mentre si avviava verso la macchina: era immobile, poi tirò due pugni sul cruscotto e continuò a guardare il tessuto bianco. 

Era tempo di agire. 

«Voglio sapere tutto su questa bambina: quando è scomparsa, dove, perché… Voglio tutta la squadra in centrale, subito! E dite alla Dottoressa Conti che l’autopsia su questa vittima ha la priorità assoluta!»

Il giovane collega balbettò qualcosa di incomprensibile, e lei socchiuse gli occhi, nervosa. 

«Parla più forte per l’amor del cielo!»

«La… la Dottoressa ha detto che ha un… un paio di…»

Stefania inspirò brevemente, prima di sibilare con fare deciso. 

«Ripeto: ditele che questo caso ha la priorità assoluta, è una bambina ed è figlia di un collega, non me ne frega un accidente degli altri casi che ha. Punto. E se ti crea problemi dille di chiamarmi o passamela. Sono stata chiara?»

Lo vide impallidire ulteriormente, poi diventare rosso fuoco. Fissò Pasquale e decise di affidarsi a lui.

«Occupatene tu, e dai una mano alla recluta prima che svenga!»

Ignorò le occhiate dei colleghi, sapeva benissimo quello che dicevano di lei, era arrivata da poco e la sua fama l’aveva preceduta. Il Terrore era uno dei tanti appellativi che usavano, perché era dura, inflessibile, non concedeva alcun tentennamento. A trent’anni aveva una posizione invidiabile, vantava numerosi successi, e di solito chi arrestava era rinviato a giudizio e infine condannato. Aveva pochi casi irrisolti e si comportava come un bulldozer: nessuna esitazione, nessuna pietà.

Tommaso, il suo autista, le aprì lo sportello con deferenza e lei sorrise in risposta al gesto. Notò la macchina del padre della bambina ancora ferma: l’uomo era al telefono, probabilmente chiamava la moglie; aprì il portatile e cominciò ad accedere alla scheda che le avevano inviato.




Sofia Parisi, quattro anni, scomparsa un mese prima dal cortile della scuola sui Viali di Bologna, nei pressi dei Giardini Margherita. 

Interrogati i genitori, i vicini, i compagni di scuola e le insegnanti. 

Nessun dato emerso, nessuno era stato visto avvicinarsi, ma la recinzione era bassa e per un adulto sarebbe stato facile scavalcarla.




Si tamburellò sui denti con la penna. Era il suo primo caso importante a Bologna: fino ad allora aveva trattato casi di poca rilevanza ­­‑ alcuni furti d’auto e qualche rapina ‑ e stava cominciando a pensare che Bologna fosse una zona tranquilla, ma quel ritrovamento metteva tutto in discussione. 

Entrò in Questura e apostrofò immediatamente il piantone, intento a leggere un foglio.

«Ispettore Lanzi, che cosa diamine fa? Le parole crociate? Facciamo attenzione a chi entra?»

L’uomo avvampò.

«Mi scusi, Dottoressa.»

Avanzò a testa alta, si infilò in ufficio e si lasciò andare sulla poltrona, passandosi le mani sulle tempie. Quando era sola poteva lasciar scorrere le emozioni, poteva liberarle per qualche istante. 

All’improvviso sentì bussare alla porta.

«Avanti!»

«Dottoressa, c’è il padre della bambina. Che cosa facciamo?»

Stefania sollevò gli occhi dal fascicolo, chiudendolo di scatto e coprendo l'immagine di quel volto angelico, poi fece cenno di farlo entrare.

«Ispettore Parisi!» 

Si alzò allungando la mano e l’uomo la strinse a sua volta.










Roberto era ancora stordito. 

Per quattro settimane aveva coltivato l’illusione che Sofia, sua figlia, fosse ancora viva. Si era alzato ogni mattina, ogni giorno, ogni notte, per lei, per ritrovarla. Aveva sognato i suoi occhi grigi e i suoi capelli biondi, le sue manine che gli circondavano il collo. E aveva sperato, a ogni telefonata, a ogni avviso sul cercapersone. Aveva analizzato tutti i casi, tutti i delinquenti usciti da poco dalla prigione; i suoi ragazzi avevano lavorato giorno e notte, affiancando le ricerche ai casi regolari. Ed era stato tutto inutile. Dopo averla vista, lì, per terra, immobile, fredda, aveva un nuovo scopo: avrebbe trovato chi aveva fatto quello a sua figlia e gliel'avrebbe fatta pagare. A qualsiasi costo. 

Poi vide la donna, il nuovo Vice Questore Aggiunto. Ne aveva solo sentito parlare perché lui operava in un altro quartiere: sapeva che era insensibile e inflessibile, ma anche dannatamente in gamba. Sperava che avrebbe trovato l’assassino, magari prima che lo trovasse lui. 

La osservò attentamente: aveva i capelli color castano scuro, che le si appoggiavano alle spalle ed erano lievemente mossi, e gli occhi chiari di un colore che non avrebbe saputo definire, tra il grigio, il verde e l’azzurro. Non era una bellezza che faceva girare la testa agli uomini, anche se francamente non riuscì a definirne le linee perché era racchiusa nella divisa invernale. Sembrava normale. 

Fortunatamente lo stava fissando con un'espressione neutra. Non avrebbe sopportato uno sguardo colmo di pietà.

«Com’è morta? Quando? Avete già un’idea?»

«Ispettore, si accomodi di là, io la raggiungo. Purtroppo al momento non le posso dare alcuna informazione. Ne sapremo di più dopo l’analisi del medico legale.»

Lo fece accomodare nella sala accanto e lo seguì all'interno, non aggiunse che non gli avrebbe dato alcuna informazione perché, per ora, non era ancora escluso dalla lista dei possibili sospettati.

«Questa è la stanza degli interrogatori? Sta scherzando, vero? Io non sono un sospettato. Era mia figlia!»

«Mi dispiace, Ispettore. Immagino che non sia piacevole essere un sospettato, ma non posso ‑ e non devo ‑ escludere nulla. Quindi, per favore, mi può dire in che rapporti è con sua moglie e dov'era il giorno in cui è scomparsa la bambina?»

Roberto sgranò gli occhi, poi chiuse i pugni e serrò la mascella.

«Ero di pattuglia, e i rapporti con mia moglie non sono affari suoi. Non c'è una disputa... Non c'era una disputa in corso per la custodia, noi siamo sposati!»

Stefania lo fissò in silenzio, finché lui non sbottò. 

«Maledizione! Sono un collega, non un assassino!»

«Proprio perché è un collega non dovrebbe permettersi di lamentarsi. Prima la escludiamo dalla lista, meglio è per tutti.»

Roberto si alzò in piedi, fronteggiandola con furia: lo sguardo lanciava fiamme, i pugni erano chiusi e una vena pulsava nel collo a ritmo forsennato.

“È alto almeno un metro e ottantacinque, a occhio e croce” pensò Stefania, considerando che lei era un metro e settanta e lui la superava abbondantemente.

«Devo chiamare un avvocato? Nei verbali ci sono già le mie deposizioni, quelle di mia… moglie, e della mia squadra. Che cosa vuole ancora da me?»

A Stefania non sfuggì una certa esitazione, ma decise di soprassedere: avrebbe indagato successivamente.

«Andiamo, Ispettore! La sua squadra? Sua moglie? Sappiamo entrambi che ci si può coprire a vicenda, siamo dalla stessa parte della barricata e sarebbe inutile prendersi in giro ulteriormente. Ora mi dica qualcosa, mi aiuti. Avete qualche sospetto?»

In quell’istante qualcuno bussò al vetro, lei si girò di scatto e aprì la porta mentre Giovanni, il suo vice, le allungava un fascicolo.

«Abbiamo i primi risultati dell’autopsia e...»

«Che cosa dicono?»

La voce di Roberto la fece sussultare e girare di scatto. Si ritrovò di fronte a lui, a pochi centimetri, a fissarlo negli occhi, il corpo quasi a contatto con il suo.

«Giovanni, grazie. Lo porti in ufficio, lo leggerò dopo. Lei, Ispettore, per ora può andare. La informerò appena avrò notizie, e avrei bisogno di parlare con sua moglie.»

Roberto deglutì. Aveva desiderato ardentemente strapparle quel fascicolo, ma era riuscito a trattenersi. Doveva avvisare Lucia, l’aveva cercata diverse volte senza mai trovarla, ma probabilmente già sapeva perché la notizia aveva fatto il giro di tutti gli uffici. Chiuse gli occhi.

“Quella scoperta avrebbe cambiato qualcosa tra loro?”

Non si rese nemmeno conto che la donna lo aveva fatto uscire dalla sala interrogatori, finché non si ritrovò in corridoio. Mentre afferrava il telefono, vide Guido: il suo collega, il suo amico, colui che aveva giocato con lui sin da bambino. Entrò trafelato e lo abbracciò, sussurrandogli una promessa.

«Prenderemo quel bastardo, te lo giuro!»

E allora la realtà lo travolse, come una cascata di acqua gelida. La sua piccola non sarebbe tornata, i suoi occhi non si sarebbero più illuminati vedendolo fuori dalla scuola. Sentì una lacrima solcargli il viso e chiuse gli occhi. All'improvviso tutto iniziò a girare attorno a lui.

«Devo… devo telefonare a Lucia»

Stefania li osservava a braccia conserte. Osservava ogni movimento, ogni reazione. In realtà si era convinta dopo meno di venti secondi che l’Ispettore non c’entrasse nulla, ma non poteva lasciare nulla al caso.

Rientrò in ufficio, mentre i due colleghi si avviavano verso l’uscita, e si chiuse la porta alle spalle.

Guardò la foto sulla scrivania e sorrise davanti al suo cane. Voleva dare un tocco di umanità, ma nulla di troppo personale. Non aveva ancora nemmeno finito di traslocare, molte delle sue cose era rimaste a Firenze, ma non se ne curava. Sapeva che la giudicavano strana, fredda, asociale e a volte si faceva qualche domanda, ma in definitiva non le interessavano le risposte. 

Stefania si ricompose e aprì il fascicolo. La bambina era morta da una settimana e non c’era nessuna traccia di violenza sessuale. Tirò un respiro di sollievo, ma pensò che non sarebbe comunque cambiato nulla: era stata nutrita, idratata, curata, e uccisa. Volse lo sguardo fuori dalla finestra e sospirò. Era come cercare un ago in un pagliaio, ma ce l’avrebbe fatta.

Si alzò di scatto, fece chiamare il suo autista e col fascicolo in mano si avviò verso la macchina. Nel piazzale vide l'Ispettore Parisi abbracciato a una donna e immaginò fosse la moglie; vide i capelli neri di lei e la divisa.

«Dottoressa, dove la porto?»

«A casa, andiamo a casa!»

Mentre la macchina si metteva in moto, Roberto Parisi sollevò appena la testa e i loro sguardi si incrociarono: muto e addolorato quello di lui, freddo e impenetrabile quello di lei. Non si sorrisero, non si salutarono; lui riabbassò la testa posando una mano sulla nuca della moglie, lei riabbassò lo sguardo focalizzandosi sui fascicoli.

Appena arrivata davanti a casa, la sua splendida cucciola di cane Corso cominciò a saltarle addosso

«Clara, stai giù.» 

Si girò ringraziando l’autista, si infilò in casa e lanciò la valigetta sul divano.

«E io che pensavo di trovare un po’ di tranquillità!» disse sfiorando il muso grigio della sua cucciolona e afferrandole le orecchie. «Sei stata brava, vero?» 

La cagna mugolò appena, scodinzolando rapidamente, poi le portò la pallina.

«Ti prometto che dopo giocheremo, ma ora devo lavorare.»

La osservò allontanarsi con lo sguardo abbattuto, quasi avesse davvero capito.

Proprio in quell’istante squillò il cellulare di Stefania

«Ciao, Michi. Come stai?» 

Il suo ex collega la chiamava spesso, era uno dei suoi più cari amici, l'unico. Lei non amava i rapporti interpersonali, non li aveva mai amati, nemmeno ai tempi del Liceo. Non permetteva a nessuno di avvicinarsi tanto: stava bene da sola e aveva visto troppi matrimoni infrangersi, le coppie finire in tribunale o in questura a farsi guerre con denunce e controdenunce.

«Io sto bene, Stefy.»

Stefania sorrise appena, se fosse stato qualcun altro a chiamarla così se lo sarebbe mangiato vivo, ma a lui lo concedeva. Era stato un mentore, un collega, una spalla preziosa. Ricordava i suoi capelli grigi e gli occhi azzurri. Le cene consumate a casa sua, con la moglie che preparava loro litri di caffè per premettergli di analizzare i casi dopo cena. Le occhiate che valevano più di mille parole e il suo motto: “Fregatene di cosa dicono gli altri, sei un bulldozer, vai sempre dritta per la tua strada.”

«Ottimo. Anche io. Però…»

Lanciò uno sguardo al fascicolo. I ricordi della bambina si riaffacciarono nella sua mente. Inspirò lentamente.

«Caso difficile?»

«Purtroppo sì, e non sai quanto. Senti, ma vuoi occupare un po’ del tuo tempo da pensionato?»

Sentì una risata di sottofondo. 

«Sei bravissima e ce la farai, come sempre. Ma se vuoi parlarne, puoi venire a cena da noi. Maura ne sarebbe felice, lo sai.»

«Va bene, non mancherò.»

Stefania riagganciò poco dopo con il sorriso sulle labbra, che si spense ripensando ai colleghi e all’Ispettore Parisi.

Nessun commento:

Posta un commento