lunedì 27 febbraio 2017

DIETRO LE QUINTE AL MUSEO, KATE ATKINSON. Recensione.


TITOLO: Dietro le quinte al museo

AUTORE: Kate Atkinson

EDITORE: Casa Editrice Nord

GENERE: Narrativa

PAGINE: 350

PUBBLICAZIONE: 23 febbraio 2017

PREZZO: € 9,99 ebook; € 18,60 cartaceo

«Straordinario.»

The Times


«Magnifico.»
The Sunday Times

«Profondo e poetico.»
Time Out

«Sorprendente. Un capolavoro.»
Daily Mail

«Da non perdere.»
Independent on Sunday

Ruby Lennox è stata concepita di malavoglia dalla madre, Bunty, ed è nata mentre suo padre, George, era fuori città a raccontare a una signora con un bel vestito verde di non essere sposato. Un inizio tutt’altro che promettente per Ruby… Anche perché Bunty non aveva nessuna intenzione di sposare George e adesso si ritrova bloccata con quella bambina in un piccolo appartamento sopra un negozio di animali, a due passi dall’antica e maestosa cattedrale di York. Ma i guai della famiglia di Ruby non sono certo iniziati allora, negli anni '50, all’epoca della sua nascita. Pare infatti che l’origine di tutti i disastri passati e futuri sia stata la sua bisnonna Alice, che all'inizio del secolo aveva dato scandalo scappando con un fotografo francese. Insomma, la storia dei Lennox è ben più complessa di quanto non possa apparire a prima vista, ed è popolata da una carrellata di personaggi tutti da scoprire. Ed è proprio Ruby a raccontarcela, fin dal momento del suo concepimento («Eccomi, esisto!»), coinvolgendoci in un viaggio appassionante nel XX secolo visto attraverso gli occhi di una ragazza determinata a ritagliarsi un posto nel mondo.


Dietro le quinte al museo è un romanzo che mi ha sorpreso sotto molteplici punti di vista. Innanzitutto lo stile narrativo che balza con prepotenza fuori dalle pagine, uno stile coinvolgente, ironico, divertente, qualcosa di così particolare da convincermi ad andare avanti nella lettura perfino quando le vicende raccontate mi disgustavano. Disgustavano, proprio così, perché in questo irriverente affresco della famiglia Lennox, i particolari scabrosi non mancano, anzi, popolano le pagine con martellante frequenza, togliendoti il fiato per il disgusto, facendoti curvare le labbra in un sorriso amaro, a tratti accondiscendente, facendoti ringraziare il cielo che la tua vita sia diversa da quella dei protagonisti. Ma questo, invece di rappresentare un difetto, è un altro punto di forza del libro, la lucidità con cui vengono affrontate tematiche spiacevoli come il tradimento, l’abbandono del tetto coniugale e dei propri figli, le violenze psicologiche su piccoli esseri innocenti che si trasformano in altrettanti aguzzini della propria prole in un vortice di ingiustizie, delusioni, rimpianti che avvolge quattro generazioni portandole quasi tutte alla rovina, fisica e morale. La Atkinson ha scelto un argomento che potrebbe sembrare noioso, banale, già visto e sentito: la cronistoria di una famiglia comune. Eppure vi assicuro che in questo romanzo non c’è nulla di noioso, né tantomeno banale. Perfino quando si parla del menu di Natale o di quello servito alla folla di parenti accorsi “Sopra il Negozio” per assistere all’incoronazione della regina Elisabetta II da uno dei primi televisori apparsi nel quartiere non si avverte alcuna traccia di monotonia. La scelta vincente, tuttavia, quello che fa davvero la differenza, è l’io narrante: Ruby è un personaggio meraviglioso, complesso, dalle mille sfaccettature, dolce, fragile e nello stesso tempo resistente, a tratti spavalda. Ruby guarda il mondo con i suoi occhi, ce lo racconta a modo suo, fin dal momento del suo assurdo concepimento.
Esisto! Vengo concepita al rintocco di mezzanotte dell’orologio sul caminetto nella stanza di fronte. (…) La mia fabbricazione comincia al primo tocco e finisce all’ultimo, quando mio padre rotola via da mia madre e precipita in un sonno senza sogni, grazie alle cinque pinte di Smith’s Best Bitter che ha bevuto al Punch Bowl coi suoi amici, Walter e Bernard Belling. Nel momento in cui sono passata dal nulla all’essere, mia madre fingeva di dormire, come spesso fa in quei momenti. Mio padre, però, è un tipo tosto e non si è lasciato smontare per così poco. (…) Il concepimento ha lascito in Bunty un senso d’irritazione, un’emozione con la quale si trova perfettamente a suo agio, ed è solo dopo molto agitarsi e rigirarsi che soccombe a un sonno inquieto, carico di sogni. Nella sua prima notte in qualità di mia madre, e potendo liberamente scegliere dal catalogo dell’impero onirico, Bunty ha scelto il pattume.

Eccoci qui. Singolare, non trovate? Irriverente, ironico, disincantato eppure accattivante. Ruby descrive le persone con pochi tratti che le inquadrano alla perfezione. Sotto il suo sguardo, la madre prende forma come una massaia instancabile che tuttavia si lamenta di continuo della vita che è costretta a fare, una vita, beninteso, che ha scelto da sola, che sceglie ogni singolo giorno di vivere, pur trascorrendo ogni dannato istante a lagnarsene.
Povera madre nostra! Non sopporta di non vederci, non sopporta di vederci.
E il padre ha lo stesso problema, litiga con la moglie, ha continue scappatelle con chiunque gli capiti a tiro, tratta le figlie con malcelata indifferenza e la consorte con un ancora più malcelata sopportazione, eppure resta lì con tutte loro, lasciando che una vita insoddisfacente gli scorra addosso, prendendo da essa le briciole e poco più.
Ma gli altri parenti non sono migliori di loro e Ruby lo sa bene. La nonna Nelly, per esempio, che è la copia esatta della figlia Bunty. Anche lei ha scelto di sposare un uomo che non ama solo per il timore di restare zitella e prima ancora aveva scelto di fidanzarsi con un altro per la stessa ragione, arraffando dalla vita quel poco che poteva prima che qualcuno si accorgesse della sua pochezza e glielo sottraesse.
Prima di Nelly, però, c’è la matriarca della famiglia, colei da cui sono partite tutte le sventure per le generazioni a venire, Alice. Figlia di un uomo molto facoltoso, ha avuto un’infanzia felice – l’unica di cui mi ricordi, in questo amaro romanzo – trascorsa fra lezioni di piano e lussi di ogni sorta. Peccato che quando Alice è poco più che una ragazzina, il padre viene sorpreso in traffici loschi e finisce in bancarotta, suicidandosi per via dello scandalo. Così la bisnonna di Ruby si ritrova a fare la maestra in un piccolo paesino, cedendo alle lusinghe di un uomo che si rivelerà essere un alcolizzato violento e per nulla incline all’affetto. Una vita ingrata, seguita dalla nascita di troppi figli, la tentazione del suicidio… Dopo qualche anno Alice non ne può più e fugge, abbandonando per sempre la sua progenie. Cercherà di ritrovarli, li inseguirà per mezza Europa, ma senza mai riuscire a riabbracciarne neppure uno. Come se le sue scelte sbagliate rappresentassero una condanna, i suoi figli e i figli dei suoi figli non conosceranno mai la vera felicità, a tutti loro mancherà sempre qualcosa.
La mancanza, ecco il vero filo conduttore della storia che si dipana lungo quasi cent’anni. Lo sguardo di Ruby abbraccia i vari protagonisti evidenziando l’innata capacità dei suoi predecessori di raggiungere qualsiasi forma di gioia, di realizzazione, di appagamento. C’è chi muore in guerra, chi per malattia, chi fugge alla ricerca di qualcosa di diverso e chi resta, accettando l’elemosina di un’esistenza ingrata, accontentandosi delle briciole. L’insoddisfazione rende crudeli, i genitori sono assenti, l’affetto è un lusso che viene concesso di rado, come se non si accettasse l’idea di donare qualcosa che non si è mai ricevuto, come se non si volesse rendere l’esistenza dei propri figli migliore di quella che si è conosciuto fino ad allora. Egoismo, fallimento, autocompatimento, una carrellata di sentimenti ignobili che costellano le pagine facendoti stringere lo stomaco. Poi, però, d’un tratto, ecco qualcuno che ti fa rifiatare: Lillian, per esempio, la sorella della nonna di Ruby.  Ha avuto un’esistenza felice, è fuggita da tutti, ha girovagato per il mondo con il figlio di un uomo che l’ha amata sul serio, portandosi appresso quello che agli occhi di tutti è solo un fardello, motivo di vergogna per sé e la famiglia, un bambino che per lei però rappresenta un dono e infatti lo riempie di baci, di coccole e affetto, facendo quasi inorridire la sorella Nelly. Lillian è una mosca bianca, la sua felicità la rende un’eccezione, ma è una felicità guadagnata con il coraggio di lasciarsi tutto alle spalle. In questa famiglia, gli unici che riusciranno a trovare la pace da una maledizione che li perseguita da sempre saranno coloro che se ne andranno.
Dietro le quinte al museo è una lettura gravosa, amara, a tratti fastidiosa. Parla di soprusi, di emozioni grette, di abitudini riprovevoli, ma anche di coraggio, di amore fraterno e di rinascita. Un percorso lungo e tortuoso che permetterà di trovare la pace solo a coloro che avranno la forza di cercarla.





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