lunedì 9 gennaio 2017

LADRI DEL CIELO SERIES #1. LUC, ELENA SOLE VISMARA. Presentazione.



TITOLO: Ladri del cielo - LUC

AUTORE: Elena Sole Vismara

EDITORE: Self-publishing

PAGINE: 225

PUBBLICAZIONE: 10 gennaio 2017

GENERE: Paranormal Romance

COSTO: € 1,99

Una bella vacanza prolungata in Costa Azzurra è proprio ciò che ci vuole per riprendersi da un periodaccio: sole, spiaggia, relax… Insomma, tutto ciò che serve per mettere l'anima in pausa e cancellare dolori e delusioni!
È di questo che si è convinta Irene quando si mette al volante, diretta verso una deliziosa località turistica incastonata tra la montagna e il mare della Francia. Ed è proprio così che sembra dipanarsi il suo soggiorno marittimo, tra passeggiate panoramiche, piacevoli giornate in spiaggia e tanto meritato riposo. Diciamocelo: un po' noioso, forse, ma di sicuro disintossicante.
La sua tranquilla routine vacanziera però viene interrotta da quello che si presenta come un personaggio strano e in apparenza pericoloso, anzi: un vero e proprio sociopatico. Uno di quei tipi da cui tenersi ben lontane, ma anche un uomo dal fascino selvatico e tenebroso che sceglie di mostrare a lei, in maniera del tutto inaspettata, la propria vulnerabilità. E con essa, la sua natura così diversa da quella umana.
Attratta e allo stesso tempo consapevole del rischio che comporta l'avvicinarsi a lui, Irene scoprirà che ciò che lei chiama realtà rappresenta solo una piccola parte del mondo. In un gioco delle parti fatto di incomprensioni, gelosie e dibattiti sul limite del filosofico, si troverà a danzare sul filo sottile che separa la luce dall'oscurità, la sicurezza dal salto nel buio… la solitudine dall'amore.


QUALCHE ESTRATTO PER VOI


Scusa, ma non dovrebbe essere il contrario?» Parlai lentamente, come se le parole faticassero a uscire dalla mia bocca.


«No. È l'uomo, l'essere umano, ad avere il vero potere della Creazione. Non Dio. Non Brahma o il Serpente Piumato, o quello che vuoi: tutti loro, me compreso, sono stati creati dall'uomo stesso.»




***




Era la scultura perfetta del concetto di malinconia che si confondeva e quasi si mimetizzava in un panorama mozzafiato: pareva un quadro di meravigliosa bellezza, non fosse stato per il piccolissimo dettaglio della trincea della ferrovia; qualcosa nella sua posa, che mi portò alla mente il mio stato d'animo nei giorni seguenti la morte di mio zio, mi riempì di empatia e quasi mi commosse.

Percepivo, e non sapevo nemmeno io come, la disperazione e forse anche la solitudine che emanavano da lui, e mi trovai a desiderare di fare qualcosa per alleviare anche solo per un minuto quella sofferenza.




***




«Ma sei pazzo?» provai a fermarlo. «Si scivola!»

«Tranquilla, non vado fino alla punta.»

«Ma ti bagnerai tutti i vestiti!» replicai. Nonostante il giubbetto impermeabile, mi tenevo ben lontana dalla zona dove arrivavano gli spruzzi più intensi.

Il vento, che ormai era diventato quasi una burrasca, fischiava tra le rocce, ma lo udivo a malapena, sovrastato dal boato sempre più fragoroso delle onde.

Lui scrollò le spalle, poi afferrò l'orlo della maglietta e se la sfilò dalla testa, lanciandola nella mia direzione. Si chinò e si slacciò le scarpe, tirandomi anche quelle, quindi si abbassò i jeans. Così, come se niente fosse.

Credo di aver bevuto almeno tre litri di acqua di mare vaporizzata mentre cercavo invano di richiudere la bocca che mi si era spalancata.

Porca.

Miseria.

I suoi capelli scuri sventolavano nell'aria, di traverso, umidi e appesantiti. La sua schiena era snella ma ben definita - con tutti i muscoli al posto giusto, evidenti sotto la pelle chiara attraversata da parecchie cicatrici sbiadite - e scivolava sinuosa nei boxer neri, aderenti, che gli fasciavano un sedere sodo e muscoloso che non si era intuito sotto i vestiti che di solito indossava. Nel punto in cui la spina dorsale spariva dietro la stoffa, si intravedeva un disegno che pareva essere frutto di una scarificazione. Cosce tornite, magre ma potenti, e polpacci da corridore, completavano il quadro di un giovane uomo in perfetta forma.

Un bellissimo giovane uomo, che in quel momento aveva spalancato le braccia e gettato la testa all'indietro per prendere in pieno petto l'impatto del vento e del mare, come un campo arido che riceva grato la pioggia.

Non so quanto tempo rimasi a guardare quella specie di Mark Lenders degli anni duemila che si crogiolava nel bacio gelido e altalenante delle folate umide di schiuma, e non so nemmeno quali pensieri mi girassero per la testa in quel momento. A dirla tutta, non sono sicura che riuscissi a formulare dei pensieri coerenti. Me ne stavo semplicemente lì a fissare la Natura nei suoi aspetti più magnificamente selvaggi. Tutti i suoi aspetti.




***




Le sue ali, immense, si spalancarono nascondendo la luce dei fuochi che ancora ci circondavano, così grandi da riempire il cielo e la terra e qualsiasi altra cosa che non fosse lui. Poi si richiusero intorno a noi come un bozzolo, escludendo qualunque suono, qualunque interferenza.

Eravamo io e lui e il buio; il suo corpo compatto contro il mio, l'unica cosa che percepivo come reale.




***




Lui abbassò lo sguardo sulle mani, che teneva strettamente intrecciate come se avesse paura che gli scappassero via, forse per sottrarsi a una situazione che, mi rendevo conto, trovava piuttosto disagevole. Anzi, se devo dirla tutta, San Daniele sulla graticola aveva un aspetto più rilassato.

«Io… ecco, io non ho un nome.»

«In che senso?»

«Nel senso che quelli come me non ce l'hanno.»




***




«Basta, come dimostrazione?»

Carezzevole, il fiato di Luc mi solleticò il lato del collo, caldo e inaspettato.

«Cazzo!» esclamai, portandomi le mani al petto per trattenere il cuore che sembrava in procinto di sfondare le costole e irrompere fuori. «Ma sei pazzo? Potevi avvertirmi.»

Lo sentii ridermi nell'orecchio.

«Avrebbe fatto lo stesso effetto?»

«No, ma vaffanculo lo stesso, grazie tante» ribattei quasi ansimante.

Ora Luc sembrava quasi divertirsi, o almeno godere delle mie reazioni. Dov'era finito l'uomo… la persona… il coso, insomma, l'essere di prima, avvilito e arrabbiato?

Piroettai per poterlo guardare.

«Com'è che fino a cinque minuti fa eri lì che sembravi un incrocio tra l'Orlando Furioso e un martire in procinto di venire sgozzato, e adesso invece ti diverti a prendermi in giro?»

«Non sei scappata urlando al primo accenno della mia discendenza e non stai cercando aiuto. Sembri credermi, però. Forse posso. Fidarmi, dico. Che rispetterai il giuramento. Non è facile per me, soprattutto perché so che quelli della tua specie i giuramenti non li rispettano.»




***




«Per. Favore. Sono due parole, sono semplici. Usale.»

Lui mi guardò senza capire, mentre il signore iniziava a buttare le sue bottiglie nella campana del vetro. La puzza che ristagnava sotto quella tettoia iniziava a farmi mancare il fiato.

«Please, in english. S'il vous plaît, en français» specificai.

Intanto cercavo uno spiraglio per uscire da lì, onde non morire soffocata o assassinata, ma il signore delle bottiglie occupava tutto lo spazio restante, quindi non mi potevo muovere.

Il matto inclinò il viso di lato con aria perplessa, come se gli avessi appena dato da risolvere a mente un'equazione differenziale, e scocciata, come se pensasse di essere a un livello talmente più alto del mio da sentirsi in diritto di soprassedere all'educazione.

I secondi passavano, i barattoli si schiantavano sul fondo della campana di vetro – il secchio di quel signore era per caso parente della borsa di Mary Poppins? – e il tipo in rosso non si decideva a parlare o a levarsi dalle scatole per lasciarmi passare.

«Scusa» disse alla fine. «Non sono abituato… Potresti per favore aiutarmi a mettere queste cose nei contenitori?»

Non era abituato a cosa? A comportarsi con educazione? A vivere in una società civile? A parlare con una donna senza trattarla come una serva? Lo squadrai, cercando di valutare se mi stessi trovando tra i piedi un estremista religioso o un membro di qualche setta.



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