mercoledì 26 ottobre 2016

PRIMA CHE SIA L'ALBA, LAURA PELLEGRINI. Presentazione, primo capitolo + estratto inedito.

BUONASERA ANGELI, OGGI VI PRESENTIAMO IN ANTEPRIMA IL PRIMO CAPITOLO E UN ESTRATTO INEDITO DI PRIMA CHE SIA L'ALBA, ROMANZO DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE DI LAURA PELLEGRINI. I PROTAGONISTI SONO ANCORA UNA VOLTA GIANLUCA E MANAAR, CONOSCIUTI E AMATI IN PRIMA CHE FACCIO BUIO A GENNAIO. L'AUTRICE HA ANCORA QUALCOSA DA RACCONTARCI SU DI LORO... VENITE A LEGGERE.




PRIMO CAPITOLO

C’era il sole quella mattina. Ricordo l’aria gelida che si infilava sotto il suo cappotto e i suoi capelli sospinti dal vento illuminati dai raggi flebili di un pallido sole di fine inverno. Sorrideva, ma non ho avuto difficoltà a scorgere del malessere dietro quell'apparente serenità. L’ho baciata a lungo, a casa, in macchina e poi lì, sulla pista dell’aeroporto militare dove per l’ultima volta l’ho vista. Il cuore, un grumo di sangue rappreso, è scivolato sotto gli strati spessi di ciò che sono, di ciò che il mio lavoro mi ha fatto diventare e nel momento in cui sono salito su quel maledetto aereo, ho ingoiato il dolore, l’assenza, il silenzio. 
Ho dovuto farlo. Ho dovuto impormelo. Ho dovuto guardare ancora una volta oltre la cortina di tutti quei momenti vissuti assieme a lei. E il presente amato e voluto, è diventato un ricordo, di nuovo.

Osservo la linea morbida del suo viso ritratta nelle fotografie che ho in mano. Sono poco più grande di una foto tessera. Le abbiamo scattate insieme la mattina del giorno prima il suo compleanno mentre bighellonavamo in una città indaffarata a correre. Camminavamo lenti, mano nella mano, come due anomalie generate dal caos. Controcorrente, ci siamo persi per le vie di Roma e sotto i platani del Lungo Tevere, abbiamo cristallizzato quell'attimo, quella follia, la pazzia di essere quasi alieni in un mondo troppo normale. 
Due foto. 
Due, come due sono le settimane passate dall'ultima volta che ho respirato il suo profumo. Due immagini di noi sorridenti, allegri, felici di bastarci a vicenda, sazi ma ancora ingordi di altri domani, gli stessi che ci vengono negati. Se la vita davvero è fatta di attimi allora io ho vissuto solo per il breve tempo di un suo sguardo.
Accarezzo la superficie liscia delle fotografie, seguendo i contorni del suo viso. Lei sorride e mi guarda, con i capelli scuri che le ricadono sulle spalle, gli occhi lucidi di ilarità, accanto a me che la osservo. La sua pelle l’ho sognata tutte le notti da quando sono qui, come la sua voce, il suo modo di toccarmi, di baciarmi e il silenzio generato dalla sua assenza a volte mi divora come fossi un niente. 
Le foto scivolano dalle dita. Cadono sul mio petto mentre fisso il soffitto. 
Sono stato chiamato dal generale quella mattina stessa. Ho ascoltato la voce provenire dall'apparecchio telefonico con gli occhi puntati sulla sua schiena ricurva sul lavello. Non ho avuto il coraggio di dirle che sarei partito ancora. Le mie labbra sono rimaste incollate e quando lei si è voltata e con le mani umide si è scostata una ciocca di capelli dalla fronte, le ho sorriso. 
“Chi era?” mi ha domandato.
“Nulla di importante” ho risposto.
Sono partito tre giorni dopo.
Se avessi potuto scegliere non l’avrei mai lasciata sola, non un’altra volta, ma il dovere definisce ciò che sono. Ce l’ho tatuato nelle cellule, striscia silente nel sangue e senza di esso sarei come un tossico senza la sua dose. 
Mi alzo e mi siedo sul bordo del letto, lo stesso letto, nello stesso luogo, nello stesso paese dove ci siamo conosciuti due anni fa: il Libano. Mi passo una mano sul volto e impreco tra me e me. 
Siamo ancora qui, in questa terra che ha ancora bisogno di noi, dove la pace è un filo di seta leggero e smilzo i cui estremi sono sempre troppo logori per essere cuciti a dovere. Siamo il tessuto vivo intrecciato dalle trame di una diplomazia che incessantemente lavora, tentando di equilibrare gli squilibri di un paese sempre sull'orlo della guerra. Siamo l’ago della bilancia, il peso che assesta, la missione di pace. Siamo soldati, uomini esperti, mariti, padri, fidanzati, madri. Siamo persone il cui spirito di abnegazione rende più forti della nostalgia, più forti di un ricordo, pronti, nonostante gli affetti che lasciamo a casa. Già, gli affetti...
Mi sollevo e infilo le foto nel taschino del gilè adagiato sulla sedia. Mi accosto alla finestra e punto lo sguardo oltre il vetro opaco. Montagne, deserto, silenzio, stelle. Stelle… E ripenso a lei. Lei che è stata il mio presente parallelo per questi anni in cui ci siamo vissuti solo per una manciata di secondi. Lei che ricordo nei momenti felici delle domeniche mattina passate a letto a toccarci, ad amarci. Lei che ho scelto due anni fa, che mi ha scelto due anni fa, che lotta sola senza di me in un mondo troppo grande. Lei che mi manca al punto da non riuscire a colmarne l’assenza.
Manaar…
Non la sento da due giorni. Le nostre comunicazioni sono sempre state brevi, attimi fugaci strappati alle nostre vite che non si appartengono, collisioni improvvise di due mondi lontani. Siamo fatti per viverci, non riuscendoci.
Mi scosto dalla finestra e mi vesto velocemente. Il tempo di infilare una tuta e un paio di scarpe da corsa che sono già fuori. Pensare a lei non mi aiuta. Pensare a lei mi squilibra e per quanto Manaar sia l’unico vero punto fermo della mia vita, sento la necessità di scuotere la mia mente intorpidita.
Cammino verso il piazzale. L’aria fredda mi sferza il viso, ma non mi fermo. Io non mi fermo mai. 
Sono l’onda perenne nel mare della mia vita, l’eterna risacca, l’infrangersi prepotente sugli scogli dei miei pensieri. 
E corro.
Sono io, sono Gianluca. Sono Skyfall. 
Ingoio il nodo del suo ricordo fermo nella gola. 
Mi basto. Devo bastarmi. 
Me lo impongo.



ESTRATTO

“Ho voglia di cinese” mi ha detto appena uscita dalla doccia, una volta tornati a casa dopo il mare. Ero davanti lo specchio del bagno, con un asciugamano intorno ai fianchi, il lavandino pieno d'acqua e la lametta che scorreva sulla pelle del mio viso. Si è avvicinata ancora bagnata, senza asciugarsi, appoggiandosi a me con disinvoltura.
“Mi farai tagliare” ho abbozzato un sorriso sotto lo strato spesso di crema da barba. La sua mano ha rincorso le linee dei miei muscoli fino ad arrivare al petto, fermandosi al centro. Si è umettata le labbra, mi ha fissato con malizia, giocando con i peli del mio petto.
“Non avevi detto che avevi voglia di cinese?” ho domandato allusivo.
Ha sorriso.
“Sì, ma per dopo, ora vorrei altro.”
Ho fermato il movimento della mia mano, l’ho osservata. Era così bella da stordirmi. Era così perfetta da non sembrare vera. Ho lasciato la lametta sul lavello, mi sono tolto i residui di crema dal viso e ho passato un braccio attorno alla sua vita. L’ho stretta a me, forte, forse troppo e lei ha sgranato di poco gli occhi, allargando leggermente le gambe.
Era così mia… Così interamente mia…
L’ho sollevata, l’ho fatta sedere sul ripiano del mobile, improvvisamente bisognoso del suo calore, improvvisamente drogato del suo corpo. Mi sono fatto spazio tra le sue cosce, facendo volare per aria l’asciugamano ormai inutile. L’ho tirata verso di me, le sue gambe due uncini sui miei fianchi e fissandola negli occhi, l’ho presa lì, facendo naufragare la mia mente nei suoi sospiri di piacere e le mie follie nel suo corpo. 
E l’ho guardata per tutto il tempo. 
L’ho osservata senza staccare per un solo secondo i miei occhi dai suoi, spingendo, volendola al punto da diventare quasi pazzo. E dopo essere venuto, l’ho divorata. Mi sono chinato tra le sue gambe, la sua schiena appoggiata allo specchio, il suoi occhi chiusi, il suo respiro aritmico, le sue mani tra i miei capelli. Ho saziato la mia voglia di sentire il suo sapore, ho saziato il mio bisogno di averla in ogni modo, con la lingua, con le dita, con tutto me stesso, assaggiando i fremiti del suo orgasmo uniti al sapore del bagnoschiuma.




ESTRATTO INEDITO

“Chi sorveglia l’area?”
“Gianluca non iniziare…”
“Manaar non sminuire la faccenda e rispondi. Si tratta della tua sicurezza.”
[...] “Quanti sono?”
“Chi?”
“Gli uomini, Manaar! Quanti sono?”
“Non lo so, che domande fai?”
“Contali” mi ordina.
“Non posso, sto facendo il giro tra i pazienti e tu mi stai già distraendo.”
“Manaar.” E basta il mio nome pronunciato in quel modo autoritario che solo lui ha, per mettermi sull’attenti.
“Dio... Sei odioso” bofonchio, lasciando una cartella clinica ai piedi di un letto ed esco dalla tenda per dirigermi al centro del piazzale. So che non mi lascerà attaccare il telefono fino a quando non assecondo il suo volere, tanto vale accontentarlo e tornare poi a lavoro. Mi guarda attorno e dopo una scorsa veloce ai caschi verdi che vedo, gli rispondo.
“Otto, ma ce ne saranno almeno altri tre di riposo, credo.”
“Ce ne saranno o ci sono?”
“Gianluca mi stai facendo perdere tempo.”
“E tu la pazienza.”
Trattengo una risata frivola con la mano mentre percepisco gli occhi bagnarsi di commozione. Mi manca, in un modo in cui le parole non esistono. Mi manca in ogni dove, in ogni modo, in ogni singolo impulso elettrico del mio cervello.
“Ti amo, lo sai vero?” e so di spiazzarlo.
“Che c’entra questo?”
“C’entra perché ti preoccupi per me. Sono al sicuro, Gianluca.”
“Non lo sarai mai abbastanza. Non senza di me.”
“Ma tu ci sei.”
“Non dire idiozie.”
“Ci sei, sei qui, dentro di me.”
Lo sento rimanere in silenzio. Così affondo le mani nel concetto appena espresso e nel mio cuore, dove il calore del suo sorriso non si è mai spento nemmeno nei momenti più tristi e mi ci sporco la faccia. Adoro la sensazione calda del suo amore dentro di me, adoro sentirla ancora, adoro il sentirmi viva, con la sua voce che mi accarezza l’orecchio e le sue parole a rassicurarmi.
“Ti sento felice” cambia discorso.
“Sto bene. Mi mancava.”
“Lo so.”
“E…” ma non finisce la frase.
“Cosa?”
“Nulla” minimizza.
“Dimmi.”
Sbuffa, traccheggia, tentenna, poi parla.
“I soldati… Sì, insomma, ti guardano?”
Mi viene quasi da ridere, ma mi fingo sorpresa.
“Qualcuno, perché?” lo istigo.
“Che significa qualcuno?” mi rimbecca infastidito.
“Qualcuno” ribatto con finta ingenuità.
“Vengo lì. Basta ho deciso, vengo lì e li sgozzo” quasi esplode.
Ridacchio.
“Gianluca nessuno mi guarda” cerco di tranquillizzarlo.
“Cazzate. Tutti ti guardano! Sei bellissima, santo Dio!”
“Per te, forse, ma non per gli altri.”
“La smetti di difenderli?”
“Difendere chi?”
“Quel qualcuno che ti guarda senza il mio consenso.”
“Non avrebbero mai il tuo consenso.”
“Allora ammetti che qualcuno c’è!”
“Gianluca…” 
“Sto impazzendo senza di te, non puoi dirmi certe cose!”
“Lo hai chiesto tu.”
“Non avresti dovuto rispondere” si incupisce
“Se non l'avessi fatto mi avresti torturata. Non essere geloso” dico e sorrido.
“Non posso non esserlo. Sei mia, ricordi?”
“Sì, lo ricordo.”
“Dillo.”
“Sono tua.”
“Dillo ancora.”
“Gianluca…”
Espira rumorosamente.
“Sono geloso” ammette in un sussurro.
“Io non vado da nessuna parte” mormoro dolcemente.
“Manaar qualsiasi cosa accada…”
“Sì, non preoccuparti, ti chiamo subito.”
“Sì, mi chiami subito.”
“Stai tranquillo.”
“Sì, sto tranquillo.”
“Dormi la notte?”
“No.”
“Immaginavo…”
“Sono abituato, lo sai.”
“Sei nervoso, ecco cosa so e non va bene.”
“Sciocchezze.”
“Gianluca devi dormire. Vuoi che ti faccia di nuovo la ramanzina?”
“Manaar…”
“Manaar, cosa?”
“Non ho bisogno della ramanzina.”
“Non ci scommetterei.”
“Ho bisogno di te.




#1 Prima che faccia buio (gennaio 2016)
#2 Prima che sia l'alba (prossimamente)



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