giovedì 8 giugno 2017

LE COSE CHE CREDEVAMO DI SAPERE, MAHSUDA SNAITH. Blogtour.




TITOLO: Le cose che credevamo di sapere

AUTORE: Mahsuda Snaith

EDITORE: Corbaccio

PAGINE: 298

PUBBLICAZIONE: 1 giugno 2017

GENERE: Contemporary romance

PREZZO: € 9,99 ebook, 16,90 

Ravine Roy ha diciott'anni e festeggia il suo compleanno a letto, dove si trova ormai da dieci anni. E non ha in programma di alzarsi nel futuro immediato. D'altronde non ha alcun desiderio di affrontare il Grande Mondo di Fuori. «Non vorresti almeno provarci?» domanda sua madre. Ma Ravine non vuole. Non può. Soffre di una sindrome che le causa dei dolori cronici che le impediscono di muoversi. Da un giorno di dieci anni fa. Il giorno in cui tutto è cambiato. Il giorno in cui è scomparsa la sua amica del cuore. La mamma, originaria del Bangladesh, cerca in tutti modi di aiutarla a guarire e le regala un diario per raccontare la sua vita, nella speranza che riesaminare gli eventi la aiuti a reagire. Chi era Marianne, come diventata amica di Ravine, che cosa è successo veramente, perché è scomparsa? Ripercorrere gli anni dell'infanzia - quando, con Marianne e il fratello di lei Jonathan, Ravine trascorreva giornate serene, fatte di giochi, avventure e confidenze - e confrontarli con il doloroso presente è difficile, ma Ravine, nutrita dai piatti profumati e speziati della madre e con la sua incrollabile e allegra fiducia, trova la forza di non mollare e riaffacciarsi alla vita. Costi quel che costi. "Le cose che credevamo di sapere" è un romanzo d'esordio fresco e intenso, delicato e commovente, che insegna a ricominciare dalle proprie radici. Perché è così che ci riesce Ravine, facendo fiorire il proprio futuro ricordando il tempo in cui lei e Marianne, le due amiche per la pelle, si dicevano: «Cantiamo e travestiamoci. Scriviamo delle storie e inventiamoci un modo per riparare il mondo».


ESTRATTI (Prologo)


Nascita di una costellazione


1999


Venisti da me a mezzanotte. La tua mano molle strattonò la mia per svegliarmi. Mi strofinai gli occhi, domandai che diavolo stesse succedendo (avevo bisogno di dormire: stavo crescendo). Ridacchiasti scoprendo i denti separati, mi porgesti la vestaglia e mi trascinasti con te fuori dalla mia caverna, davanti al covo di Amma che russava rumorosamente, giù per le scale e fuori dall’appartamento.
Tuo fratello ci aspettava. Indossava un pigiama con stampati dei fulmini, le ciocche scompigliate dei suoi capelli ne imitavano il percorso a zigzag. Sembrava assonnato e irritato allo stesso tempo.
« Marianne... » dissi cercando di apparire severa, sbadigliando.
Ti mettesti un dito sulle labbra e ti voltasti, facendoci strada nella notte. Salimmo le scale di cemento, aggrappandoci al corrimano di metallo che mi fece rabbrividire.
Al quarto piano ci facesti segno di sederci al solito posto, con le gambe che dondolavano dalla terrazza attraverso la ringhiera. Ti sedesti in mezzo a noi e ci mettesti un braccio sulle spalle. I tuoi riccioli mi sfioravano la guancia.
Indicasti il cielo.
« Guardate », dicesti.
Guardai. Vidi. Una miriade di stelle contro un cielo indaco. La loro lucentezza. La loro smisuratezza, impressionante.
« Quella », dicesti puntando il dito verso l’alto, « è la costellazione delle ruote. »
Tirasti indietro la testa con un sorriso a mezzaluna.
Infilai la mano nella tasca della vestaglia e sentii gli spigoli del volume che conteneva.
« Quella », dissi indicando un ammasso di stelle, « è la costellazione dei dizionari tascabili. »
Guardai Jonathan, in attesa della sua obiezione.
« No », disse scuotendo la testa, gli occhiali che traballavano sulla radice del naso. « Quella è la costellazione dei temporali. »
Mi guardasti e io guardai te; fremevamo di meraviglia.
Tendemmo le braccia verso l’alto, puntando gli indici.
« La costellazione dei sorbetti al limone... » dicesti.
« La costellazione degli uragani... » disse tuo fratello.
« La costellazione delle verdure dhansak... » dissi io.
Seguitammo a nominare costellazioni per tutta la notte finché non usammo più parole ma accozzaglie di sillabe prive di senso.
Sentivo il tuo corpo accanto al mio, che mi scaldava come una coperta. Quando guardai l’orizzonte vidi una stella cadente. Una scia luminosa che attraversava il cielo vellutato.
O forse non era una stella cadente. Forse era solo quello che volevo vedere...



Curiosi? Una storia dolce e toccante che vi consiglio di leggere. Continuate a seguire il blogrour.

CALENDARIO TAPPE





Nessun commento:

Posta un commento