lunedì 10 aprile 2017

L'ALTALENA DELL'AMORE, KATIA ANELLI. Primo capitolo in anteprima.

BUONASERA, ANGELI. IL 12 APRILE SARÀ ONLINE L'ALTALENA DELL'AMORE, IL NUOVO ROMANZO DI KATIA ANELLI. UNA STORIA SUL PRIMO AMORE, SULLA DISTANZA CHE ALLONTANA MA NON SEPARA, UNA STORIA TUTTA DA LEGGERE. L'AUTRICE CI HA REGALATO IN SUPER ANTEPRIMA IL PRIMO CAPITOLO. CURIOSE? VENITE A LEGGERE!







CAPITOLO 1

«È l’alba del 21 settembre del 1993, ci troviamo presso la borgata di Maristella, un pezzo di Sardegna a circa dodici chilometri da Alghero. Due amici pescatori aspettano che il pesce abbocchi, in una zona che frequentano da sempre. Rimangono fermi per una decina di minuti ad armeggiare con le loro canne, poi uno dei due decide di spostarsi, procedendo rasente la riva del mare. – Stava iniziando ad albeggiare, si vedeva tutto, così ho iniziato a camminare lungo la scogliera – Il pescatore fa ancora qualche passo ed è allora che lo intravede. Si sporge, si avvicina e scopre qualcosa di terribile. Incastrato tra gli scogli, galleggia il corpo di una donna. In quelle stesse ore ad Alghero ne stanno cercando una. Si chiama Julia e…». «… e salta la luce!», alzo gli occhi al cielo quando un forte tuono rimbomba nel salotto. Dio mio, dammi la forza di non impazzire in questo sperduto paesino di montagna, in questa casa diroccata! Mai una volta, da quando sono finita esiliata quassù, che io riesca a finire di vedere una puntata del mio programma televisivo preferito: Tu non l’hai visto? Anzi, meglio, che io riesca a vedere qualcosa alla tv o, neanche a parlarne, in streaming. Niente. Persino gli aborigeni in Australia sono più all’avanguardia degli abetonesi. Impreco, appoggio la vaschetta del gelato alla soia al mio fianco e mi alzo dal divano, iniziando a muovermi, al buio, incerta. Poco pratica degli spazi, sbatto il mignolo del piede contro una gamba del tavolino. Non lo vedo, ma so che è lui, l’infame! Ripercorro mentalmente tutta la lista dei santi e do un ripasso generale anche a quella dei beati, mentre saltellando raggiungo le scale che dalla cucina portano alla cantina. Un lampo, nel frattempo, illumina la stanza. Quanto mi piacerebbe sapere dove la zia tenga le candele. Mi riprometto di chiederglielo, per prima cosa, domani mattina appena la vedrò… sempre che io riesca a sopravvivere a questa lunga nottata… I rami degli alberi sbattono contro i vetri delle finestre ed il vento sibila forte nella canna fumaria del camino. Vengo scossa da un brivido. Accidenti! Che tempaccio! Tasto sul piano della cucina alla ricerca dell’accendino per il gas. Sono quasi certa d’averlo appoggiato qui l’ultima volta che l’ho usato… e… bingo! L’afferro, premo il pulsante e una piccola, debole fiamma illumina il minimo indispensabile. Ci ripenso e decido che passerò direttamente in ferramenta a comprarmi una torcia, in fondo siamo nel ventunesimo secolo. Con una mano tengo acceso l’accendino e, giusto per essere pronta ad ogni evenienza, con l’altra impugno un coltello, prelevato dal cassetto della cucina. Meglio essere prudenti! Spingo la porta della cantina, badando bene a tenermi a distanza di sicurezza. Non so bene il perché, immagino c’entri qualcosa l’istinto di sopravvivenza. Dannazione! Gli scenari più terrificanti mi passano per la mente. Inizio anche ad intravedere il corteo funebre della mia dipartita. Quattro persone. Di cui tre anziane rincoglionite. Beh, ma meglio in pochi: è più intimo. Alzo le spalle e coraggiosamente, con la mia classica agilità da gatto di marmo, armata, inizio a scendere le scale della cantina. «Dannato temporale! Dannato contatore! Dannato esilio!», bisbiglio. Le assi dei gradini, passo dopo passo, scricchiolano sotto le suole delle mie ciabatte. Alzo di nuovo gli occhi al cielo. Forza, Chiara, avanti. Dopo tutto quello che hai vissuto, ci vuole ben altro di un qualche rumore sinistro per fermarti. Prendo un enorme respiro e finalmente raggiungo il contatore dell’elettricità. Già… ed ora? Qual era l’interruttore da alzare? Imbroncio le labbra. Avanti Chiara, pensa. Pensa. E se ne alzassi uno a caso? Ehm… ok… ci ripenso, non era un’idea grandiosa. Vediamo un po’. Quello più piccolo? Va beh, tagliamo la testa al toro, facciamo quello più grande. Stringo la leva, chiudo un occhio e la alzo. Sì! Luce fu! Saltello soddisfatta. Per tre secondi, circa. Poi un terrificante tuono rimbomba di nuovo in tutta la casa e la corrente salta un’altra volta. Riprovo a sollevare la leva, ma questa volta non funziona. Ho già specificato quanto io odi la montagna ed in particolare questo posto sperduto negli appennini toscani? Abetone. Tanto lo amavo in passato, quanto lo odio oggi. Sconfitta, mi trascino di nuovo per le scale e salgo, attenta a non inciampare e a non farmi del male, al primo piano. Raggiungo prima il bagno e poi la camera da letto. Afferro l’i-pod appoggiato sul comodino e m’infilo le cuffie, almeno la musica mi aiuterà a prendere sonno e sostituirà le grida del vento. Ed è quello che fa, per quelli che ad occhio e croce saranno due minuti, poi il simpatico aggeggio si scarica e m’abbandona anche lui. Ingoio un grido disumano. «Tranquilla, Chiara, sii zen. Un bel respiro, chiudi gli occhi, conta fino a dieci e quando li aprirai sarà già mattina. Relax!», mi suggerisco ad alta voce. Funziona, per un po’ riesco a rilassarmi, ma, si sa, è quando abbassi la guardia che la sfortuna s’accanisce. Un boato riempie la camera, e questa volta non è un tuono. Sobbalzo a sedere nel letto. Se non piovesse così forte, potrei dire che vedo le stelle, e no, signori, non sarebbe semplicemente un modo di dire. L’acqua inizia a picchiettare sul parquet della camera e sulle rovine della trave, evidentemente marcia, crollata a terra. Non ci credo. Non ci voglio credere. Fisso sbigottita, al buio, il buco presente nel soffitto. È un incubo. Seriamente, dai, adesso mi sveglio a Milano a casa mia, nella mia camera, nel mio grazioso letto, perché va bene tutto, ma qui stiamo esagerando! Solo che, quando alzo gli occhi, il buco è sempre lì e l’acqua continua ad inondare la stanza. Mi rifiuto categoricamente di passare la notte a svuotare secchi! Incrocio le braccia al petto. Un’altra occhiata alla disastrosa situazione: la certezza che questo sarà l’unico posto che, per i prossimi mesi, mi potrò permettere mi fa sospirare e rimboccare le maniche. «E su! Uno, due!», muoviamo quelle chiappe flaccide, donne!», già sento la voce di mia zia Guendalina dare istruzioni a due signore, sue amiche, che, come lei, soggiornano nella casa di riposo del paese, Il Viale del Tramonto. Ovviamente la zia, essendo un’ottima contribuente, ha imposto che sotto venisse aggiunta la scritta – ed io risorgerò – giusto per palesare il suo delirio d’onnipotenza ed il suo attaccamento alla vita. Sbadiglio, fortemente provata dalla nottata in bianco, seguo il vialetto del giardino, svolto l’angolo e la vedo. Confonderla sarebbe pressoché impossibile. Zia Guendalina, per la famiglia e gli amici zia Guenda, all’anagrafe ha ottant’anni suonati, ma in realtà non li dimostra. Non è proprio una mia zia diretta, ma è la zia di mio padre, l’unica sorella rimasta in vita del mio povero nonno e, diciamocela tutta, l’osso duro della famiglia. Fino all’età di diciotto anni ho trascorso tutte le vacanze estive ad Abetone, dagli zii, che mi hanno sempre amata come una figlia e fatta sentire davvero a casa. Ricordo che, appena finite le scuole, non vedevo l’ora di raggiungerli. Ricordo anche i miei genitori sollevati all’idea di non avermi tra i piedi per almeno tre mesi. Ora, a ventisette anni, dopo avermi tagliato i viveri ed aver bloccato ogni altra forma di mio sostentamento, mi hanno direttamente cacciato di casa. Hip hip urrà! Non so se si denota l’entusiasmo. Dal canto suo, la zia è stata l’unica ad accettarmi, ad offrirmi un tetto sulla testa, marcio, ma comunque un tetto rimane, quando tutti all’ennesima mia bravata mi hanno voltato le spalle. Bravata poi… che esagerazione… quello che fanno loro a scapito di quei poveri animali sì che è una deplorevole angheria. Zia Guenda indossa un cappellino con visiera rosa confetto che s’intona perfettamente con la sua tuta da ginnastica e le sue scarpe sportive. La osservo mentre mi avvicino a lei e alle sue due amiche, Angiolina e Gemma, che l’ascoltano e la imitano neanche fosse la Jill Cooper dell’ospizio. E brava la zia, si fa ospitare qui con la scusa d’essere sul punto di passare a miglior vita, quando in realtà dimostra d’avere ancora una salute di ferro: li ha fregati tutti. «Zia!», la saluto mentre mi avvicino, «Ti tieni in forma per l’imminente incontro con San Pietro?», la prendo in giro sorprendendola alle spalle. Sussulta appena mi sente. «Tié!», mi fa le corna mentre tintinnano tutti i braccialetti d’oro che indossa, «Porta rispetto, ragazzina!», mi redarguisce. «Ancora non mi capacito di quanto ti sei fatta bella, Chiara», mi sorride Angiolina. «Chi è? Te, chi è?», socchiude gli occhi Gemma, dando una gomitata all’amica. Nei giorni scorsi ho scoperto non ci vede molto ed è anche piuttosto sorda. «È la nipote della Guendalina, quella di Milano che veniva sempre qui a passare le vacanze», urla l’altra. «Ah! La Chiara. Ma perché urli? Guarda che non sono sorda». «No, no…», alza gli occhi al cielo Angiolina. «La vogliamo finire di starnazzare? Risparmiate le energie per la ginnastica», le zittisce la zia, «come mai qui di prima mattina?». «Zia, c’è stato un problema a casa. Da quanto tempo è che non fai riparare il tetto?», m’informo. «Ah, non saprei… di quelle cose s’occupava sempre zio Luciano, pace all’anima sua». «Che il Signore l’abbia in gloria», interviene Angiolina. «C’era da portare la corda?», ci chiede Gemma. «In gloria, Gemma, ho detto in gloria!», le risponde esasperata Angiolina. Le ignoro e mi concentro sulla zia. Zio Luciano, il suo secondo marito, è morto circa dieci anni fa, quindi la sua risposta non è molto rassicurante. «Bisogna fare qualcosa perché il temporale della scorsa notte ha fatto crollare una trave nella stanza da letto sulla quale ora la fa da padrone un enorme buco». «Oh, che disdetta, tesoro, ma tu stai bene, vero? Non ti sei fatta male?», si preoccupa zia Guenda. «No, per fortuna non mi è caduta addosso, però bisogna provvedere a farla aggiustare». «Certo ed è quello che faremo, solo che la soluzione non credo ti piacerà», m’avverte. So dove vuole andare a parare. «No, zia, lui no! I patti erano chiari sin dall’inizio: io sarei venuta a vivere qui per un po’, intanto che le acque a casa, a Milano, si calmavano, ma non avrei avuto il minimo contatto con lui». «Ma, tesoro, viviamo in un paesino di seicento anime! Non potrai evitarlo per sempre e poi, se non lui, chi? Non è che ci siano in giro molti addetti a quei lavori da queste parti». «E allora vorrà dire che mi terrò il buco nel tetto», incrocio le braccia davanti al petto. «Dannazione, quanto sei testarda! Hai preso tutto da tuo padre, dal ramo sbagliato della famiglia!», sbuffa, «Farò alcune chiamate e vedrò di riuscire a contattare qualche ditta esterna che svolge manutenzione qui alla casa di riposo». «Grazie, zia! Ti adoro! Ora scappo al lavoro», entusiasta le do un bacio sulla guancia. «Sì, piuttosto: se mai ti dovesse chiamare tuo padre…». «Tu sei ad un passo dalla morte, lo so, lo so». «Tiè!», s’affretta a fare gli scongiuri e di nuovo tutti i gioielli tintinnano, «Forza signore: e un, due, tre. Muoversi!». Scuoto la testa e m’allontano divertita. Erano anni che non tornavo in questo minuscolo paesino toscano. Mi strofino le mani sulle braccia: il temporale di ieri sera ha portato una forte umidità. Abetone si anima soprattutto durante la stagione invernale, quando gli appassionati dello sci vengono a provare a divertirsi sulle piste sommerse di neve. In estate rimane sempre una piacevole meta turistica, mentre in primavera constato che, non fosse per i pochi cittadini, sarebbe deserto. Di certo è molto differente da Milano, la mia città. Attraverso la piazzetta, quasi di corsa, per recarmi al lavoro. La zia me ne ha trovato uno, tramite i suoi agganci alla casa di riposo, che mi permetterà di mantenermi per tutto il tempo che mi fermerò da queste parti. Il che non sarà certamente molto: io ho una vita e dei progetti a Milano ai quali non ho la minima intenzione di rinunciare. «Ben arrivata, Chiara, tutto bene? Ho sentito che c’è stato un brutto temporale la scorsa notte», mi saluta il proprietario del Capolinea, la più blasonata ditta di pompe funebri dell’Appennino tosco-emiliano. Per essere precisi, la sede si trova in un altro paese e questo è solo un distaccamento: Il Viale del Tramonto è una fonte certa di clientela e il signor Giannotti trova più pratico trovarsi sempre nelle vicinanze per ogni tipo d’evenienza. Ecco dove mi hanno portato a lavorare gli agganci della zia. «Buongiorno, Guglielmo, insomma… diciamo benino. Il temporale di ieri sera per poco non scoperchiava il tetto della casa della zia. C’è un bel buco nel soffitto della camera da letto ed ho passato la notte a svuotare secchi d’acqua piovana», sbadiglio. «Oh, povera! Hai già contattato qualcuno per riparare il tetto?». «Ho chiesto alla zia e mi ha detto che ci penserà lei, mi auguro nel più breve tempo possibile». Guglielmo annuisce mentre controlla l’orologio. «Senti, io devo scappare. Fra poco dovrebbero consegnare delle nuove bare. Assicurati che il ragazzo abbia con sé la bolla delle consegne che vorrei evitare i soliti casini». «D’accordo», annuisco. «Ah, Chiara?», mi chiama quando si trova sulla porta. «Sì?». «Questa notte è deceduta una signora. Verrà il marito per scegliere la bara e pianificare i dettagli del funerale, mi raccomando conto sulla tua gentilezza». «Certo, stai tranquillo». «Oh, ma io lo sono. Tutti i necrofori sanno che è bene non perdere mai la salma», mi fa l’occhiolino e se ne va. Sbuffo per il macabro umorismo e vado a sedermi dietro la scrivania del mini ufficio, sulla quale sono esposti in bellavista diversi raccapriccianti gadget della ditta. Guglielmo mi ha spiegato che è mio dovere rifilarne il più possibile ai clienti perché ormai questo lavoro è un business spietato: bisogna anticipare le mosse della concorrenza e farsi pubblicità attraverso i clienti. Mah… a me pare tutto di dubbio gusto, però mi paga per farlo e, se non voglio ritrovarmi di nuovo senza uno straccio di lavoro, sarà bene obbedirgli o quantomeno assecondarlo. Osservo la serie di oggettini che ho davanti: accendini con la scritta Capolinea: ti tocca anche se ti tocchi, piccole bare porta sigarette, chiavette usb a forma di bara, portachiavi a forma di bara, alcuni anche zebrati e leopardati. Insomma ce n’è di tutti i tipi e per tutte le esigenze. Credetemi: è imbarazzante. Accendo il pc ed inizio a tamburellare con le dita in attesa che s’avvii, nel frattempo guardo oltre la vetrata dell’ufficio: ancora non mi capacito di come sia finita in questo posto. Accendo anche il cellulare che ho appena preso dalla borsa. Poco dopo s’illumina il display per l’arrivo di diversi messaggi. Sono tutti da parte di Damiano, il mio fidanzato. Nessuno da parte di mia madre o mio padre. Mi chiedo quando la finiranno di farmela pagare. Dieci giorni fa ho partecipato ad una manifestazione contro l’uso delle pellicce, una delle tante cause che ho sposato per la salvaguardia dei più deboli. Peccato che la protesta avesse luogo nell’hotel in cui l’azienda per cui lavora mio padre stava tenendo un grande ricevimento in occasione della promozione di diversi dipendenti. E, pensate un po’, tra loro c’era pure mio padre che, per dirla con un eufemismo, non ha esattamente fatto i salti di gioia quando mi ha vista nuda dalla vita in su, davanti a tutti i suoi colleghi, ad imbrattare di pittura le pellicce delle signore presenti, al grido di “La pelliccia non vuol dire bella vita, ma brutta morte”. La brutta fine però, poi, l’ho fatta io la mattina seguente, quando mi ha buttata fuori di casa, dicendomi che non aveva mai provato così tanta vergogna in tutta la sua vita e che non voleva più avere niente a che fare con la sottoscritta. Mi sono ritrovata all’età di ventisette anni senza un lavoro, quello l’avevo perso quattro settimane prima, quando l’agenzia immobiliare con cui collaboravo si era dichiarata fallita, e senza una casa mia, perché l’appartamento dove avevo vissuto negli ultimi anni non potevo più permettermelo e avevo dovuto optare per tornare a vivere da mamma e papà: una scelta decisamente infelice. “Bella la vita che se ne va…”, la strofa della celebre canzone di Renato Zero, registrata al posto di un semplice scampanellio, per fare la differenza, annuncia l’arrivo di un cliente e mi distoglie dai miei pensieri. Impreparata, scatto in piedi come una molla e, nel farlo, urto la scrivania, facendo finire a terra tutti i gadget. Non ho ancora fatto niente e già sudo. Mi asciugo le mani nei pantaloni e prendo una bella boccata d’aria. Ce la posso fare. «Buongiorno e benvenuti al Capolinea, l’ultima stazione della vita da dove potrete accompagnare il vostro defunto nel…», abbasso repentinamente la voce quando mi trovo davanti un uomo anziano palesemente piegato dal dolore, «nell’ultimo viaggio della sua vita», concludo paralizzata e mi maledirei per aver pronunciato una frase tanto sciocca, così come mi è stata insegnata, senza pensare alle conseguenze. Il poveretto è afflitto ed io gli sorrido, ma non so bene il perché. Guglielmo mi ha ordinato di farlo, ma anche questo, ora, davanti allo strazio di quest’uomo, mi sembra una cosa così stupida. Mi passo di nuovo le mani sui pantaloni. «La mia povera Isabella», scuote la testa e prende dalla tasca un fazzoletto di tela che usa per asciugarsi le lacrime, «mia moglie questa notte mi ha lasciato ed ora… dopo tanto tempo… mi sento così solo. Come farò io senza la mia Isabella ad andare avanti a vivere? Sarebbe dovuto succedere a me prima di lei, tra i due era lei quella più forte mentre io…», piange e mi fa una tenerezza infinita. Ingoio un magone amaro. «Venga, si accomodi», lo invito a seguirmi e gli circondo le spalle per provare a dargli un minimo di conforto. «Una vita insieme, soli, io e lei, a condividere le gioie e i dolori della nostra esistenza, cinquantatré anni di matrimonio e ad oggi mi sembrano così pochi…». «Su, venga, si faccia coraggio», lo incito. «Non ne sono capace, non so vivere senza di lei». «S’accomodi», l’accompagno alla sedia e mi chino a raccogliere le cianfrusaglie che ho fatto cadere. Poi le nascondo dentro all’armadio, da cui prendo le chiavi della stanza dove sono esposte le bare e una cartella per aprire una nuova pratica. Raggiungo la scrivania e mi siedo di fronte all’anziano signore. «Le faccio le mie più sentite condoglianze per la sua grave perdita», gli dico sinceramente dispiaciuta. Annuisce stanco. «Lei è la nipote di Guendalina, non è vero?», mi chiede. Ecco un’altra cosa che non mi piace dei posti come questo: tutti sanno tutto di tutti e conoscono tutti. «Sì, sono proprio io». «Mi ricordo quando ti trasferivi per le vacanze estive a casa dei tuoi zii e passavi intere giornate a girare in bicicletta per le vie del paese e al parco giochi davanti a casa nostra. Mia moglie mi raccontava spesso di quanto fossi graziosa con quelle treccine e tutti quei fiocchetti colorati», mi dice gentile. Mi ritrovo a sorridere ripensando a quel periodo della mia infanzia. Non che fossi veramente graziosa, ero più una balenottera spiaggiata, ma mi viene in mente che vivevo nell’attesa che arrivasse l’estate per venire a trascorrerla qui, sull’appennino. «Forse mi ricordo di sua moglie, era una donna minuta e portava i capelli rossi a caschetto?», lui annuisce, «Una volta m’aveva punto un’ape e lei, spaventata dalle mie urla, mi aveva prestato un primo soccorso». «Sì, dev’essere stata certamente lei. La mia Isabella è una donna così buona… o meglio era», ricomincia a piangere, «non credo riuscirò mai a parlare di lei al passato». «Lo so, quando si perde qualcuno che si ama così tanto è difficile trovare il coraggio di andare avanti, ma, per quanto incredibili ed assurde possano sembrarle ora le mie parole, è il tempo che alla fine rimargina le ferite. Forse non le chiude mai del tutto e lascia delle cicatrici indelebili su di noi, ma anche lei riuscirà a trovare una nuova ragione per alzarsi dal letto al mattino perché, sappiamo entrambi, sua moglie non vorrebbe vederla piangere ogni giorno: vorrebbe che continuasse ad andare avanti, anche senza di lei». «Ha mai condiviso tanto con qualcuno, amato al punto di non sapere più dove finisca l’uno ed inizi l’altro?», il mio cuore perde un battito, «Io e la mia Isabella siamo sempre stati un’unica cosa, nel bene e nel male, ed ora che mi ha lasciato solo, senza il suo appoggio, senza il suo conforto, mi sento come una chiocciola priva di guscio. Lei era la mia casa e adesso mi sento perso», sono incapace di ribattere, di confortarlo. Davanti alla pena di quest’uomo mi sento inutile. «Sì, so cosa vuol dire e so che ora c’è sconforto; poi ci sarà la rabbia e infine, ognuno a modo suo, troverà il modo di reagire, mi creda». “Bella la vita che se ne va…” «Chiara? Chiara, ci sei? Chiara, perché non rispondi al telefono?», Guglielmo mi raggiunge in ufficio, «Buongiorno, signor Allori, le faccio le mie più sentite condoglianze per sua moglie», saluta nel frattempo il cliente che annuisce di rimando. «Scusami, avevo tolto la suoneria. Dimmi, cosa succede?». «Mi ha chiamato il ragazzo che doveva consegnare le bare, ma ha avuto un imprevisto e dunque oggi non verrà, volevo avvisarti», poi si rivolge al cliente, «Allora, signor Allori, andiamo a scegliere la bara? Ne abbiamo alcune che sono delle vere opere d’arte. Non vorremo certo far sfigurare la sua signora in un viaggio così importante?». Davvero delicato. «No, no, certo che no. La mia povera Isabella ci tiene così tanto a fare bella figura, sempre». «Allora è proprio venuto nel posto giusto. Al Capolinea ci teniamo a soddisfare ogni esigenza e poi le nostre bare sono così comode che finora non si è mai lamentato nessuno». Se s’azzarda a fare l’ennesima battutaccia, potrei infilarcelo direttamente io, in una delle sue preziose bare, per testarne l’effettiva comodità. «Ma lei non aveva un impegno, signor Giannotti?», m’informo. «Rimandato. Chiara mi metta in ordine le vecchie pratiche e me le cataloghi in base al modello di bara venduto, grazie». Passo il resto della giornata a farlo. Solo a pranzo mi concedo il tempo per mangiare veloce una macedonia e poi ricomincio a svolgere il mio impiego. Quando torno a casa, la sera, sono poche le persone che incrocio sul mio cammino e le luci del paese s’accendono a farmi una silenziosa compagnia. Una fresca aria primaverile mi sferza il viso ed un leggero cigolio attira la mia attenzione. Proviene dal piccolo parco giochi del paese: il teatro di tanti pomeriggi estivi. Un’altalena si dondola, mossa dal vento. Indelebili ricordi prendono vita. 

Abetone – Estate 1996 

Affondo i piedi nella sabbia, poi mi dondolo, muovo l’altalena, li trascino e finisco con lo sporcarmi tutti i sandali. Questo alla mamma non piacerebbe, ma per fortuna zia Guenda non le somiglia. La zia mi lascia sempre libera di correre, di rotolarmi nel prato, di sporcarmi… lei, anche se torno a casa ricoperta di fango, non mi sgrida mai. La guardo seduta su una panchina mentre chiacchiera animatamente con la figlia di una sua amica, la mamma di Ginevra, quella che oggi pomeriggio avrebbe dovuto essere la mia compagna di giochi. Ginevra non mi piace, è antipatica, s’impone e mi prende in giro. Inoltre, mi ha subito guardata con disprezzo, l’ho letto nei suoi cattivi occhi neri. Per tutto il pomeriggio non ha fatto altro che farmi dispetti: mi ha anche strappato il fiocchetto fucsia che avevo attaccato ad una delle mie trecce e che mi piaceva tanto perché mi ricordava una delle poche giornate allegre che ho trascorso con mia madre. Arrivate le sue due compagne di scuola, Ginevra ha appena finito la prima elementare, proprio come me, hanno iniziato a giocare insieme, ignorandomi. Muovo di nuovo il piede nella sabbia, realizzando dei piccoli cerchi con la punta dei sandali. Non che mi dispiaccia che mi abbia finalmente lasciato in pace, però ho già capito che queste vacanze saranno molto difficili. Uffi! Uffi! Arciuffi! «Daddele è uno stupido! Daddele è uno stupido!», alcuni bambini poco più in là canticchiano e prendono in giro qualcuno. Timida, alzo lo sguardo. M’accorgo che uno gli ha rubato qualcosa per lui evidentemente importante perché il bambino diventa tutto rosso di rabbia ed inizia a corrergli dietro. «Ridammelo! Per favore! Non romperlo! Per favore!», supplica. «Oh! Oh! Daddele si è arrabbiato, che paura», lo sbeffeggiano. «Daddele, perché non corri a piangere a casa da mamma?». «Aspetta, è vero, tu non ce l’hai una mamma», ridacchia un altro. A questo punto il bambino gli si butta addosso, riesce a mettere il cattivo a terra e lo picchia. Sono silenziosamente intenta a fare il tifo per lui quando degli adulti, che fino a quel momento non si erano accorti di niente, intervengono e sgridano il bambino offeso. Giuro che vorrei tanto alzarmi e protestare perché sono stati gli altri tre a cominciare, anche se ora fanno le vittime ma, codarda, me ne resto in disparte a guardarli mentre lo riprendono. Quando il bambino si allontana ancora infuriato e solo, smetto di dondolarmi, mi alzo dall’altalena e vado a prendere quello che i bambini gli avevano rubato e che nella colluttazione è finito nella sabbia. Mi chino e raccolgo ciò che scopro essere una specie di martelletto in legno. Me lo giro tra le mani e poi inseguo il bambino. Prima d’allontanarmi, do un’occhiata alla zia, ma lei è sempre intenta a chiacchierare, così raggiungo il proprietario del martelletto che trovo seduto contro, e dietro, un grande albero del parco. Nascondo le mani, e quindi l’oggetto, dietro la schiena ed impacciata mi fermo davanti a lui. Mi fissa con i suoi grandi occhi verdi ed ha il volto imbronciato. «Io… ecco io…», inizio imbarazzata e trascino i piedi nel prato, «io… cioè… penso che questo sia tuo», gli allungo il martello. «Chiara? Chiara? Dove sei? Chiara?», sento in lontananza la voce della zia che, preoccupata, mi chiama. Il bambino mi lancia un’occhiata e mi strappa il martello dalle mani. «Chiara? Dove ti sei cacciata? Mi sto preoccupando!! Chiara?». Io lo guardo e lui, ancora arrabbiato, ricambia a sua volta. Nessuno dei due dice niente. Mi tocco il fiocchetto rimasto sulla treccina e poi mi giro e corro via. Mi sembra di sentire un grazie mentre mi allontano, ma non ne sono certa. Il vociferare della zia copre tutto.





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